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Fortunato

Il 12 dicembre 1969 la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, appena dietro il Duomo di Milano, è piena di clienti. Alle 16.37 nel grande salone dal tetto a cupola esplode un ordigno imbottito con 7 chili di tritolo; muoiono 17 persone e 87 rimangono ferite.
Nel 1969 io avevo dodici anni.
Pochi giorni fa ho incontrato Fortunato Zinni, oggi ottantenne, unico testimone di quell’orrore.
Fortunato quel giorno era in banca, e racconta, con pacatezza, scandendo le parole, lucido, precisissimo: “Saprei rimettere millimetricamente al posto il buco dove era la bomba, la sedia miracolosamente intatta… c’erano cadaveri per terra, dappertutto sangue e poi c’era questo odore di mandorle amare che, per quanto mi riguarda personalmente, era un incubo mio di bambino, un incubo ancestrale, mi ricordavo la guerra. Mi ha fatto subito capire che era scoppiata una bomba”.
Snocciola particolari, nomi, date, concatenazioni di eventi precedenti e successivi, senza rabbia, con la naturalezza di chi è serenamente consapevole di avere la responsabilità grande di custodire la memoria.
“È una bomba, qui è scoppiata una bomba”, si rende conto dopo lo smarrimento iniziale. È il primo a comprenderlo con chiarezza e a dirlo mentre, ancora stordito, come un automa prima risponde al telefono a un agente che “No, non è scoppiata la caldaia, non c’entra nulla” e poi si guarda intorno, come gli chiede il poliziotto e nel buio intravede volti insanguinati, e poi “un braccio…“per terra, staccato dal corpo. E allora mette giù la cornetta senza riuscire a dire altro e si dirige verso il centro del salone.
Fortunato Zinni è vivo perché quel 12 dicembre 1969 nella filiale di Piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura, alle 16,30 attraversa il salone centrale dove si era intrattenuto con alcuni clienti che avevano concluso una transazione e sale in una stanzetta dell’ammezzato per esaminare il testo di un comunicato sindacale: oltre ad essere impiegato, infatti, fa parte della commissione interna. Per leggere quella nota si appoggia alla vetrata, il tempo di scorrere poche righe e, alle 16,37, un boato tremendo, uno spostamento d’aria violento, manda in frantumi la vetrata e lui lungo disteso.
Quando scende, dopo aver risposto all’agente che chiama al telefono perché è scattato l’allarme della banca collegato con la Questura, avanza verso il centro del salone cercando i due clienti coi quali parlava poco prima.
“Procedo senza dar seguito agli inviti dei colleghi a uscire – racconta Fortunato –. Poi li vedo: Gerolamo Papetti è ferito gravemente (morirà la mattina dopo), Paolo Gerli ha il corpo tranciato a metà. Non è passata nemmeno mezz’ora da quando avevo “tagliato” la loro stretta di mano, per una compravendita dopo il mercato agricolo che si teneva nella piazza, davanti alla banca”.
Non so quante volte gli è stato chiesto di raccontare la Storia, ma il racconto di Fortunato è dettagliato e commosso insieme. Come sempre, come in tutti questi anni in cui ha seguito, da delegato sindacale della Cgil prima, da politico poi, ma soprattutto da testimone, le vicende umane delle vedove e dei feriti della strage, le indagini, i processi, le sentenze contraddittorie.
Gli chiedo come reagiscono i ragazzi nelle scuole dopo aver ascoltato il suo racconto.
“I miei incontri con i ragazzi sono una missione: una missione morale” afferma sorridendo, “occorre parlare con sincerità alle nuove generazioni”.
Con semplicità disarmante Fortunato continua “A 50 anni dagli eventi, Piazza Fontana resta una strage ancora senza colpevoli, una strage senza colpevoli giudiziariamente (perché nessuno è stato condannato come esecutore, come mandante) però gli stessi processi ci hanno consegnato una chiarissima verità storica, perché i processi hanno accertato, senza ombra di dubbio, che la matrice è quella di Ordine Nuovo, la più grossa organizzazione eversiva di estrema destra dell’epoca. Gli indagati (n.d.r.) sono stati assolti proprio per via delle complicità, della collusione, dei depistaggi, della condotta di un’altra magistratura molto conservatrice. Abbiamo però la responsabilità storica (e l’ha voluta ribadire la stessa Cassazione, chiudendo i processi nel 2005) dei terroristi neri Franco Freda e Giovanni Ventura”.
Prima di salutarlo gli chiedo “Nel 1969 io avevo dodici anni, Fortunato, l’età che oggi ha mio figlio Tobia: come posso spiegargli tutto questo?”
Sorride, guarda lontano, pensa ai suoi nipotini, con i quali, mi confessa, per il momento preferisce fare il nonno e raccontare loro le storie dei dinosauri.
Dopo un attimo di esitazione mi spiega “Digli che gente malvagia ha voluto colpire la gente comune, che lo Stato ha maltrattato le vedove, costringendole a trasferte umilianti per essere presenti ad un processo lontano, digli che impari la grande differenza che c’è tra i suoi ricordi, che appartengono a lui solo, e la memoria, che è di tutti”.
Si sistema la giacca a vento, mi abbraccia sorridendo e si mette sulle spalle lo zainetto che contiene il libro che ha scritto, tutti i suoi ricordi e tutta la nostra memoria.

“… Tobia, ascoltami, voglio raccontarti un fatto che è avvenuto in Italia quando avevo la tua età …”

nella foto: Fortunato Zinni ed Ernesto Aufiero, Padova, sabato 7 dicembre 2019

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Published in50 anni
  1. Tiziano Benazzo Tiziano Benazzo

    Toccante e come il solito poi mi incazzo con quelli che dovrebbero essere lo stato il nostro padre dopo il Padreterno…

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