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Fra Diavolo

CONCORSO IO RESTO A CASA

Premessa dell’Autore
Il tema del concorso sarebbe una storia curiosa o segreta che riguardi un luogo, una casa, un palazzo, una strada di Montagnana e dintorni, ecc. Io, come spunto, ho scelto un libro. Sono arrivato a Montagnana circa sei anni fa e, volendo conoscere meglio il posto in cui avevo deciso di stabilirmi, sono andato alla ricerca di qualche guida o testo che potesse aiutarmi in tale scopo. Mi sono subito imbattuto nel nome del Professor Leone Parolo e uno dei primi libri che ho preso è stato Montagnana maraviglievole. Mi si è subito aperto di fronte un mondo di spunti e suggestioni, di magia e curiosità su ogni singola pietra del borgo, tutto sempre comunque ben documentato e, quando possibile, con testimoni orali. Perfino le mandragore urlerebbero nella notte oscura nella sculdascia! Per fortuna oggi mastichiamo tutti, grandi e piccini, un po’ di botanica magica, grazie ad Harry Potter e sappiamo come si possono trapiantare in sicurezza. E in questi giorni, che l’ho ripreso in mano per imbastire la mia storia, rileggendolo, ho notato righe che mi erano scappate le altre volte e che questa volta mi sono balzate agli occhi, essendomi spostato di zona all’interno del comune: ora sono in una casa sotto alla Rocca, ma scopro pure di essere sopra ad una fossa comune di morti per colera, su di un’area che in precedenza era allagata. Questo sarebbe bastato, ma ormai avevo in mente un racconto basato in gran parte su nomi e luoghi reali, date e fatti storici, sia pure con un nucleo di fantasia per quanto riguarda un Ezzelino non più tanto terribile quando si trova alle prese con un amore diverso dal solito. Il titolo che gli ho dato è Fra Diavolo (anche se sarebbe stato più corretto Fra figlio del Diavolo).

FRA DIAVOLO

17 gennaio 1242
– Gerardo, il Rosso è a Palazzo? È arrivato un messaggio dalla carovana dell’Imperatore, urgente.
– Oh, Guido, sei tu! No, non è qui. Comunque, se proprio ci tieni a ritrovarti il nodo scorsoio al collo, fatti sentire che lo chiami così. Basta solo che qualche lingua lunga glielo riferisca e finisci a fare il segnavento.
– Vabbè, non sarà mica un’offesa, visti gli altri appellativi che gli hanno affibbiato! Dov’è, che debbo consegnarglielo subito? Anche se poi sarà solamente l’ennesima richiesta della Selvaggia, che vorrà qualche altro metro di sciamito per farsi fare un nuovo mantello.
– È uscito stamattina, prima del sorgere del sole, travestito da contadino, per andare da Sant’Antonio.
– A Padova? Ma se sono passati più di dieci anni e ancora si pente di non aver fatto fuori il Santo, quella volta che per errore gli ha dato udienza!
– No, non da quello portoghese, è andato a Montagnana, da quello Abate, l’egiziano, il taumaturgo. Spera di confondersi tra la folla presente per la festa. Ha portato con sé un bel maialino, con tanto di campanello al collo, da donare ai monaci, in cambio di un piccolo favore.
– Vorrà qualcosa contro il fuoco, visto che stava per lasciarci le penne arrostito, qualche anno fa, con l’incendio del belfredo all’interno del quale c’era pure lui. Eh eh eh. Era il ’38, mi pare. Sì, lo stesso anno in cui si è sposato questa seconda volta. Me lo ricordo perché l’Imperatore mi aveva mandato a corte da Al-Malik al-Kamil, per il rinnovo del trattato di pace decennale ottenuto durante la crociata, che stava per scadere, ma sono arrivato che il sultano era appena morto. Ho fatto in tempo a tornare indietro per le nozze, a Pentecoste. Certo che il figlio del Diavolo che rischia la vita in un incendio è proprio una barzelletta. Eh eh eh.
– Però, insisti col tuo tentativo di suicidio…
Nel frattempo, in cambio del maialino e della promessa di un’altra ventina di suini, Ezzelino aveva ottenuto due sai neri, recanti una tau azzurra ricamata sul petto, due bastoni, sempre con la forma di tale lettera, un paio di secchielli e due campanelle. Il precettore degli Antoniti non si era fatto troppe domande su questo strano contadino tutto intabarrato, il quale, levatosi il travestimento, aveva rivelato ricche vesti ed aveva detto di essere un nobile che voleva espiare le proprie colpe aiutando i poveri, digiunando e chiedendo la carità sotto ancor diverse mentite spoglie, ché la beneficenza non dev’esser esibita e palese, affermava. Soprattutto, l’aveva convinto ad evitare ulteriori indagini il sacchetto di monete che gli era stato lanciato sul tavolo. Ah, il dolce tintinnare della penitenza, della conversione, della fede!
Il Da Romano si diresse poi verso il Frassine, dove abitavano i nobili De Guidotti, suoi parenti. Lì, lo attendeva il nipote, Ansedisio (che nel giro di pochi anni avrebbe avuto fama di uomo crudele tanto quanto lo zio, se non di più), il quale doveva aiutarlo a mettere in atto i suoi propositi di vendetta contro Montagnana. Gliel’avrebbe fatta vedere lui, a quei quattro zotici che l’avevano messo in ridicolo, sia pure per un colpo di fortuna. Il piano era di girare per il territorio della cittadina, travestito da Antonita, chiedendo la carità per i loro assistiti, alla ricerca dei punti deboli del borgo, valicando infine uno dei ponti d’accesso ed entrando nel castello vero e proprio. Con quel via vai di frati, monaci, abati e religiosi vari era certo che nessuno avrebbe fatto caso a lui e non avrebbe dovuto incontrare troppe difficoltà nella sua missione esplorativa, primo punto del tremendo progetto di regolamento dei conti.
Così, per alcune settimane, il diabolico duo, travisato da uomini devoti e di buona volontà, percorse ogni possibile stradina, controllò ogni angolo, studiò quelli che sembravano posti adatti per un’incursione, prese appunti su càneve, fornaci e mulini, palazzi nobili e stalle che avrebbero subito preso fuoco. Montagnana si era rivelata piuttosto popolosa, le case fitte, la gente indaffarata. Ogni tanto i due, per restare nel ruolo, facevano suonare le campanelle, porgevano il secchio e chiedevano aiuto per i poveri, magari del lardo per lenire il bruciore del fuoco di Sant’Antonio.
La scelta di Ansedisio quale complice non era stata delle migliori. Il giovane si distraeva, guardava le donne, diceva sempre di esser stanco e ancora più spesso di avere fame. Casa sua era meglio evitarla, nonostante insistesse per tornarvi a mangiare e a riposarsi, sebbene fosse a pochi passi. Se qualcuno li avesse visti, avesse riconosciuto il ragazzo sotto il travestimento e si fosse fatto qualche domanda pericolosa? Ogni tanto entravano a chiedere per carità qualcosa da mangiare in una trattoria, oppure in un’osteria, per un bicchiere di vino, anche se ciò non si addiceva a due sant’uomini, ma lo chiedevano per scaldarsi, mica per altri motivi. Un giorno, verso la fine di quel freddissimo gennaio, tornarono alla Locanda del Sambugaro, i cui proprietari in precedenza si erano dimostrati abbastanza gentili verso di loro, avendo ricevuto anni prima una grazia dal santo Abate e li avevano invitati a ripassare quando volevano. Questa seconda volta li servì una domestica di nome Maria, portando loro due tazze calde di brodo di verza ed una pagnotta, oltre ad un piatto della stessa verdura stufata. Ansedisio, dimenticando il vestito che portava, non riuscì a tenere sotto controllo le mani, abituato com’era con la servitù di casa sua, che ben si guardava dal rispondere o reagire, e diede una sonora manata sul sedere della ragazza. La cosa non dovette risultarle nuova, poiché lei reagì all’istante, ricambiando con un altrettanto rumoroso ceffone ben assestato sulla faccia dell’importuno. Ezzelino ne approfittò per dare un taglio alla sciagurata collaborazione, prendendo Ansedisio per la collottola e lo scortò fuori della locanda con accompagnamento di calci e colpi di bastone a forma di tau, rimproverandolo per la disgrazia che portava sul vestito che indossava ed invocando su di lui il fuoco infernale. Gli altri avventori risero ed applaudirono questa professione di fede. Maria lo ringraziò, dicendo che non avrebbe dovuto disturbarsi, che non era stato niente di grave, che era abituata a trattare con simili soggetti, come aveva visto, e nessuno poteva permettersi tali libertà, anche se fossero stati re o imperatori. Se volevano fare simili cose c’era la casa della Gianna del Luca, più avanti. Ah! Nel mentre, fissava l’uomo direttamente negli occhi, come forse nessuno in precedenza aveva osato fare, senza batter ciglio. E lì, per la prima volta, Ezzelino abbassò lo sguardo, distogliendolo per un attimo. Quando si riprese e tornò a guardarla, lo fece con gli occhi insondabili di sempre, un pezzo di vetro oscurato oltre il quale nessuno poteva vedere nulla. Ma questa volta non era tattica, non era fierezza, non era sicurezza. Era paura. Per un millesimo di secondo aveva ceduto, aveva stabilito un contatto con l’esterno, emanando luce a sufficienza dal profondo dell’anima, per chi fosse stato così accorto da vederla, una minuscola scintilla. Ovviamente, questo Ezzelino non lo capì subito, non poteva. Uscito dalla locanda si sentì inquieto, con gli umori vitali sconvolti, oppresso, come se avesse perso qualcosa. In effetti, aveva perso la possibilità di un incontro vero, con qualcuno che gli era piaciuto, che gli aveva ispirato simpatia, non dettato da altri fini e scevro da limiti di rango.
Nelle due settimane che seguirono, non ben sapendo perché, lasciando da parte il suo lavoro di spia che doveva portarlo alla distruzione di Montagnana, tornò ogni giorno alla locanda. Quando il campanile della chiesa grande cominciava a battere i dodici rintocchi, lui si presentava sulla porta, mentre solo allora le sedie cominciavano ad essere tirate giù dai tavoli per gli avventori che presto sarebbero arrivati e non c’era ancora nulla di apparecchiato. Si sedeva sempre nello stesso cantuccio, diceva che in quei giorni il freddo gli causava molti dolori, che ringraziava tutti per l’ospitalità, che non voleva nulla, che gli bastava riposarsi un poco senza disturbare gli altri avventori. Maria lo accoglieva ogni volta con un sorriso, portandogli qualcosa di caldo da mandar giù e pure il lusso di un cucchiaio di legno. Lui poi insisteva per pagare, ma Maria diceva che no, non importava, per quel po’ di zuppa. Maria gli passava sempre qualcosina in più da mangiare, di nascosto. Maria, mentre passava fra i tavoli, magari già con un piatto in mano da servire ad altri affamati clienti, si fermava e gli faceva sempre qualche curiosa domanda sui santi, sulle erbe medicamentose, sulle preghiere. Dopo un po’, gli altri servi nemmeno badarono più a lui e, quando entrava, chiamavano Maria, urlandole che “è arrivato il frate”. Di lei, però, Ezzelino era venuto a sapere ben poco. Sapeva, oltre al nome, solo dove abitava, perché un giorno, parlando della locanda, qualcuno gli aveva detto che conosceva una Maria che lavorava in quel posto, una brava ragazza, che abitava nella casetta a fianco dell’Ospedale dei Poveri.
Doveva trovare il modo per tirare fuori la giovane da quel posto, parlarle, rivelarle tutto, dirle che non era un poveretto, ma un gran Signore, temuto da tutti. Ma come fare senza rischiare di farsi scoprire, diceva a sé stesso? Come fare senza rischiare un rifiuto, era la vera domanda; ma questo non lo chiedeva, a sé stesso.
12 febbraio 1242
– Maria Vergine, che faccia che hai, Gerardo? Stai bene?
– Sì, sì, Guido, è che praticamente sono due notti che non dormo. L’Ezzelino mi ha mandato dal Bonatti, il suo astrologo e mago di fiducia, con l’ordine di rientrare al più presto possibile.
– Uh, buono quello! Ma se lo sanno tutti che fa il copritore di tetti! E non è che da sopra ai coppi diventi astrologo perché le stelle sono più vicine. Quanto a mago, poi…
– Certo che hai una parola buona per tutti, tu, eh?! Non so nemmeno perché sto a perdere tempo con te quando potrei essere già a letto.
– No, dai, racconta, non farti pregare. Come mai dal mago?
– Allora, l’altro ieri mi fa chiamare il capo, dicendomi che deve affidarmi un compito della massima importanza e segretezza. Mi presenta un piccolo scrigno, al cui interno c’era uno dei regali del suocero per il matrimonio con la figlia. Il con…
– Figlia naturale…
– Quel che è! Il contenuto era un filtro d’amore, preparato dallo Scoto…
– Ora sì che parliamo di gente seria!
– Mi fai finire, che la storia è lunga? Io penso mi sono fatto l’idea che gliel’avesse dato con l’intento che il genero lo somministrasse subito alla novella sposa. Voci dicono che non fosse molto contenta di convolare a nozze con Ezzelino, che lei stessa descriveva come gracilino e troppo piccolino di statura, con ‘sta barba rossa folta. Con la pozione lo sposalizio sarebbe stato al sicuro, senza pericoli di tradimenti o fine precoce, visto che doveva rinsaldare il legame tra i due uomini. Fatto sta, dovevo recarmi dal tuo omonimo a chiedere se l’incantesimo poteva ancora funzionare, visto che ormai sono passati anni. Andare, fare attenzione a quello che mi veniva affidato e tornare nel più breve tempo possibile, pena la fine del San Bartolomeo. Il Bonatti mi ha detto che non c’erano problemi, che quelle preparazioni restavano intatte per secoli, se non venivano aperte e che in ogni caso l’avrebbe aperto lui, il contenitore, perché voleva tirarlo un po’ con della mandragora.
– Tirarlo un po’ su, eh eh eh…
– Neanche un bambino riderebbe con questi giochi di parole dell’anno Mille, che demente che sei!
– Sì, ma te ne ha data un po’? E l’hai provata? E funziona? Eh eh eh! E me ne hai portato un pochino?
– Sì, certo, un sacco pieno! Sapessi quanto l’ha fatta lunga: bofonchiava che era rarissima, che era quella buona, l’officinarum, non l’autumnalis, che erano andato lui stesso a raccoglierla, sotto a quell’albero dagli strani frutti che è la forca, durante una notte di luna piena e che aveva dovuto sprecare uno dei più bei cani della sua muta, Marius il nero, ché ormai i suoi servi non ci cascavano più, sapendo che la pianta avrebbe urlato fino a farli morire mentre veniva sradicata dal terreno. O quanto meno li avrebbe maledetti. Insomma, tutte cose che si sanno, ormai. La manfrina era solo per tirarla sul prezzo. Adesso devo correre dal nostro Signore, anche perché il Bonatti mi ha raccomandato di dirgli che adesso che è stato aperto il filtro perderà tutta la sua potenza allo scadere del settimo giorno. Ed Ezzelino deve anche aggiungere tutta una serie di propri fluidi corporei per renderlo ancora più personalizzato…
– Sì, sì, ma neanche un pizzichino te n’è rimasto? Eh? Dai!
14 febbraio 1242
Non sapeva davvero cosa stava facendo, né tanto meno perché lo faceva. Si era addirittura fermato a cogliere delle violette bianche ai bordi di un fosso. Gliel’avevano di sicuro fatto di bere a lui, qualche intruglio, dovevano avergli fatto qualche stregoneria, non era possibile che non riuscisse a controllarsi, che non riuscisse a mettere un freno a quella follia, che poi lo stava portando dove? Magari era stata proprio Maria a mettergli qualcosa nel brodo di verza. Ma a che pro? Per farlo innamorare e poi smascherarlo e poi ricattarlo? Un frate che chiedeva la carità? Che l’avessero riconosciuto? Ansedisio, ecco! Sì, quello sarebbe stato capace di tutto, anche di mettersi d’accordo con i servi della locanda per poi spillargli qualche soldo. E se anche fosse stato? Poteva farci qualcosa? Ormai, era giunto il momento. Aveva in una tasca una piccola ma preziosissima boccetta di cristallo finissimo, decorata con minuscoli fiori ed uccelli, fatta fare a Venezia, con all’interno il ben più prezioso liquido. Era una giornata caldissima e lui stava sudando come non aveva mai fatto prima sotto al saio nero, che amplificava i raggi di quel sole totalmente fuori luogo per la metà di febbraio.
Non attende nemmeno che il campanile inizi a battere il primo dei dodici rintocchi e, quando gira l’angolo e vede l’insegna con i fiori e le bacche di sambuco, il cuore gli salta fuori dalla gola e lo precede verso l’ingresso della locanda. Lo stomaco lo segue, sembra un tornado tant’è aggrovigliato e in subbuglio. Gli occhi si affrettano, superano tutti, cuore, stomaco, le altre frattaglie, perché vogliono essere i primi ad entrare e a cercare Maria tra i tavoli. Quando tornano dal giro di ricognizione, stanno piangendo. Il cuore se ne accorge e si spacca in quattro. Lo stomaco si blocca e si squaglia, in una pozza di acido.
Lei nello stanzone non c’è.
Il cervello, che fino ad allora non aveva partecipato molto alle operazioni, lasciando andare il tutto secondo un automatismo sul quale non aveva controllo, entra in campo e fornisce qualche speranza meditando sul fatto che forse potrebbe essere troppo presto, che magari sia andata a fare qualche commissione, che…
Lui si siede nel solito cantuccio, vicino al focolare. Uno dei colleghi di Maria, dopo quasi un’ora, praticamente gli lancia una tazza di brodo sul tavolo, che fuoriesce e gli bagna un po’ una mano. È pure freddo, ma lui non se ne accorge. Chiede notizie della ragazza che lavora lì di solito, ma non ottiene risposta. Li vede, lì nell’angolo, in gruppo, a ridacchiare, facendo cenni della testa verso di lui. Ah, già, il mazzo di violette sul tavolo. Chissà cosa penseranno, come lo compatiranno, ché avranno ben capito tutto. Adesso me ne esco di qui, pensa, prendo una decina di uomini e torno a cancellarvi quel sorrisetto ebete dal volto. Ma tutta la tensione dell’ultimo periodo lo abbandona in un istante. È stanco, troppo stanco. Esce senza girarsi.
Doveva dirigersi verso le stalle dei De Guidotti, al Frassine, dove un cavallo era sempre a disposizione per riportarlo alla base, ma, ad un certo punto, si rende conto che i suoi piedi gli stanno facendo fare un percorso in senso opposto. Girano per piccoli vicoli, costeggiano palazzi, sotto ai portici lo fanno sbattere contro altre persone senza che se ne renda conto. Il cervello! Dev’essere rimasto acceso e deve avere elaborato un qualche piano d’emergenza, a livello inconscio! Si ritrova di fronte all’Ospedale della Natività, dove trovano ricovero i poveri e gli abbandonati. Una signora, che sta spazzando di fronte alla casetta vicina, gli dice che i confratelli titolari sono appena usciti, per il quotidiano giro di elemosine. Lui risponde che cerca una certa Maria che lavora dal Sambugaro, che gli avevano detto che abita lì, che aveva per lei un rimedio per certi suoi dolori e per le sue cose di donna, che lei gli aveva chiesto, fatto dagli Antoniani con acqua del pozzo di San Patrizio. La donna dice di esserne la madre, che la figlia era andata dalla sorella che aveva avuto un bambino, ma che sarebbe tornata quella sera stessa. La boccetta è arrivata a destinazione. Lui si raccomanda di farglielo bere subito, al rientro, perché sennò andava a male e di non darlo ad altri, perché era fatto “su misura” per Maria. Gli dica che glielo ha portato l’abate che va da loro in locanda, lei saprà chi sono, conclude. Vagamente sollevato, mentre esce dalla porta della città, sul ponte getta il mazzolino di violette, ormai tutte con la testa reclinata a causa dell’insolito calore.
17 marzo 1242
Per più di un mese si era fatto forza e non era più tornato alla locanda. Aveva mille impegni e durante il giorno un po’ si distraeva. Di notte, però, pensava alle falle del suo piano, ai coperchi che non aveva fatto per le pentole del padre. Come poteva essere sicuro che Maria avesse bevuto il filtro? E se l’avesse bevuto qualcun altro? Magari la madre? Magari avrebbe potuto rivendere la boccetta come reliquiario, non gli aveva forse detto che conteneva le acque del pozzo di San Patrizio? E se solo si fossero rese conto del valore del piccolo capolavoro di cristallo? O se, semplicemente, lei non l’avesse bevuto? E poi, come avrebbe fatto a ritrovarlo, visto che lui non era più tornato al Sambugaro? L’avrebbe cercato presso la chiesetta di Sant’Antonio, dove nessuno sapeva la sua vera identità, nemmeno il precettore, col quale aveva concluso l’affare? E se si fosse tolta la vita, non riuscendo a ritrovare il suo amato, impazzita d’amore? Insomma, doveva tornare a verificare.
Entrò senza guardarsi attorno e quasi si scontrò con lei, che lo accolse col solito sorriso, chiedendogli, mentre ancora era in piedi sull’uscio, come mai non si fosse fatto più vedere per così tanto tempo. Lui bofonchiò qualcosa su di un pellegrinaggio a Roma, domandandole a seguire e senza ulteriori convenevoli, se aveva gradito il farmaco che aveva lasciato alla madre per lei e se le aveva fatto bene. Quale madre? Quale farmaco? Come, quale?! La bottiglietta di cristallo che aveva lasciato a casa sua, a sua madre! Lui stesso, in prima persona! La ragazza, inarcando un sopracciglio, rispose che non aveva più i genitori e poi, come faceva lui a sapere dove abitava? Ma la casetta, l’Ospedale, la donna che scopava, la conoscevano, non capiva… diceva lui, alzando il tono della voce. Intanto, anche i padroni della locanda si erano avvicinati, rendendo la cosa ancor più imbarazzante, mettendosi però a ridere e svelando l’arcano. C’era un’altra Maria, gli spiegarono, la quale prestava servizio lì solo alla sera, per il momento, perché stava dando una mano alla sorella, che aveva avuto un bimbo ed era questa seconda Maria che abitava dove aveva detto. La Maria “di giorno” e la Maria “di notte” non si incrociavano quasi mai. E si ricordarono, allora, che la seconda l’aveva raccontata a tutti, una sera, la storia del misterioso religioso che, dicendo di averla conosciuta alla locanda, aveva lasciato una bottiglietta a sua madre. Rincasata, non aveva proprio saputo dare spiegazioni su chi fosse il monaco, anzi, un po’ le aveva messo paura. La cosa era troppo misteriosa, così avevano chiesto lumi ai vicini dell’Ospedale, i quali avevano rimirato a lungo la boccetta, passandosela l’un l’altro, e concludendo che si trattava di sicuro di un tentativo del maligno di impossessarsi dell’anima della ragazza o qualche maleficio simile, prendendo in custodia la pericolosa arma demoniaca e promettendo di farla esorcizzare come si doveva. E se ne fossero arrivate altre, di cose simili, che gliele portassero subito, che ci avrebbero pensato loro, le avevano consigliato. Questo il racconto indiretto di quanto narrato da Maria di notte. Maria di giorno, però, non rideva. Anzi, si era fatta piuttosto seria e quando Ezzelino tentò il tutto per tutto, provando malamente a simulare divertimento e affermando che la coincidenza e gli eventi erano degni di una novella, che lui non poteva rimanere perché aveva delle visite ai poveri da fare, che però gli sarebbe piaciuto vedere Maria fuori del lavoro, per riparlarne e riderci ancora un poco su e magari poteva anche procurargli degli altri unguenti e profumi che le avrebbero fatto un gran bene, il tutto mentre avvampava in un calore al viso che non aveva mai provato in vita sua, lei rispose di no, che non aveva tempo e che, a dirla tutta: uno, lei aveva anche un secondo lavoro e non aveva tempo da perdere, due, non le piaceva che qualcuno curiosasse così nella sua vita e, tre, non sembravano cose adatte ad un religioso e ora chissà cosa avrebbero pensato i padroni e la gente. Aprì la bocca, come per dire qualcos’altro, ma si voltò, raggiunse un tavolo in fondo al salone e chiese, sorridendo, ai due uomini lì seduti, cosa gradivano.
25 marzo 1242
Montagnana concremata est.

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Published inCONCORSO
  1. Giancarla Benaglia Giancarla Benaglia

    Ma bella! 👏

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