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Gaza

Quando non si ha più niente, si è pronti a condividere tutto

Filippo Kalomenidis

 

Sono stato a Gaza a dicembre del 1991.

O forse era il ’92. La data esatta è sepolta da una montagna di sensazioni, emozioni, parole, pianti. Tutto raccolto in pochi giorni. Uno sguardo, un incontro, qualche foto e via.

Ma quando riparti, dopo poche ore o settimane intere, ti porti la Palestina nel cuore. Questa è l’esperienza di tutti quelli che ci sono andati. Senza esclusione.

C’eravamo andati con Verena che aveva voglia di comprendere per quale motivo, agendo in nome di quale causa, la madre era rimasta invalida per tutta la vita.

Il come e il perchè Marisa Manno, la madre di Verena, perse un occhio durante una manifestazione internazionale pacifista, l’ho già raccontato. (https://contame.org/gerusalemme/).

Arrivammo a Gaza dopo una serie, che sembrava infinita, di posti di blocco.

Ovunque identico rituale: scendi dalla macchina e mostri il passaporto, l’autista arabo con cittadinanza israeliana viene perquisito accuratamente ogni volta, metal detector su ciascuno di noi e in auto, auto che viene frugata, cofani ispezionati con cura, un soldato si china e scruta sotto il pianale e dietro ogni ruota.

I soldati sono tutti molto giovani con il viso duro, contratto dalla tensione.

Hanno gli occhi e la pelle di colori diversi: molti di loro hanno un viso bellissimo.

Parlano sempre a voce alta, danno ordini secchi e li accompagnano con gesti delle mani e delle braccia.

Gridano se siamo troppo lenti o sembriamo non capire gli ordini. Tutto e solo in ebraico.

Gaza ha file di palazzi alti, di un bianco sporco, uguali a quelli delle nostre periferie più degradate.

La strade non sono asfaltate e sono strette. Vediamo da lontano quelli che sembrano vicoli e  sono come da noi: è un miracolo che riesca a passarci qualcosa.

Fra i palazzi si aprono piccoli cortili di qualche decina di metri quadrati: lo spazio che separa i palazzi gli uni dagli altri.

Abbiamo il permesso di rimanere poco. Una mezz’ora, niente di più.

Divieto tassativo di incontrare qualcuno o parlare con chicchessia. Ma non siamo scortati. Sono certo, però, che ci guardano e ci sorvegliano da lontano.

Non possiamo entrare in città. Dobbiamo fermarci nello spazio fra il check-point e la fila di palazzi.

Ci fermiamo qualche decina di metri oltre il consentito. Proprio davanti ad una specie di cortile. Ci sono bambini che giocano. Sono quattro maschietti: nessuno di loro ha più di 8 anni. Portano pantaloncini corti, una specie di pullover, uno ha una felpa con la zip, hanno tutti gli occhi neri spalancati per la curiosità. Sono scalzi. Tutti.

Rimaniamo a guardarli. Attoniti.

Uno di loro accenna un saluto. Si sporge verso la strada. Fra noi e loro ci separano non più di otto metri.

Ci arriva addosso un boato. Sempre più vicino. Di istinto facciamo un salto all’indietro

Due blindati dell’esercito.

Sollevano polvere e fanchiglia. Schizzi sui bambini. Nessuno di loro sembra accorgersene, rapiti come sono dalla visione di stranieri ben vestiti con giacche a vento e cappello di lana – siamo a dicembre –  che si sono fermati apposta per guardarli.

Frenano. Da un blindato escono in tre. Uno impugna e agita una pistola, sembra un graduato. I due soldati si avvicinano con il fucile e ce lo puntano addosso.

Uno mi appoggia il fucile sul petto.

Il graduato grida e ci fa segno che abbiamo sconfinato e che dobbiamo andare via subito.

Subito. Nessuno di noi parla, giriamo le spalle e i due soldati ci accompagnano spingendoci con il fucile sulla schiena.

Rientriamo in macchina. L’autista era rimasto lì ad aspettarci. I soldati ci seguono con lo sguardo mentre ci allontaniamo.

Rimaniamo muti. Tutti.

Io piango.

la foto di copertina è tratta dal film “One more jump” di Emanuele Gerosa, visibile su Rai Play al link:

https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox?projector=1

 

Pubblicato inGenerale

3 Commenti

  1. Ernesto Ernesto

    Le frasi, così brevi, sono sciocchi di frusta. Ho sentito un brivido lungo il corpo ad ogni parola. E alla fine un groppo in gola, e molta rabbia. Scrivi senza retorica, le storie, il blog, la narrazione sembrano cosucce lontane davanti a questa tragedia. Grazie amico, e lasciami urlare “Palestina libera”.

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