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ghiggia e il tranvetto

A piazza dei Mirti c’era il capolinea del tram che collegava Centocelle, un quartiere di Roma, alla stazione Termini.
Il tranvetto, come lo chiamavamo noi, entrava nel quartiere da via Casilina percorrendo la prima parte di via Tor de’ Schiavi, passava davanti alla chiesa San Felice da Cantalice, prendeva via dei Castani e giungeva a piazza dei Mirti. Rallentando percorreva mezzo giro della piazza e arrivava al capolinea.
Proprio nel punto in cui i binari curvavano per entrare nella piazza mettevamo i tappi di latta, le “lattine”, in modo che il tranvetto le appiattisse passandoci sopra.
Qualcuno guardava verso via dei Castani aspettando l’arrivo del mezzo. Quando finalmente lo si vedeva passare sotto l’enorme affresco di San Felice da Cantalice, chi era di guardia lanciava il segnale «Eccolo arriva !!!» …e tutti ci nascondevamo, come se avessimo paura che il conducente potesse fermare il mezzo, scendere giù e punire i colpevoli.
Una volta passato il tranvetto, tutti ci lanciavano sui binari a recuperare le prede.
Le lattine appiattite diventavano la nostra moneta di scambio.

Quasi casualmente scoprii il legame che c’era fra il tranvetto e il ragazzo che tutti chiamavamo il Ghiggia.

Come per i ragazzi d’oggi, anche allora i miti erano i giocatori di calcio, raffigurati nelle prime edizioni delle figurine Panini.
In quegli anni giocava nella squadra della Roma l’uruguaiano Alcide Ghiggia che a poco più di venti anni era diventato una leggenda. Ai Mondiali brasiliani del 1950, nella finale contro i padroni di casa disputata al Maracanà di Rio de Janeiro, segnò il gol decisivo del 2 a 1.
Nel quartiere viveva un ragazzo che somigliava al campione uruguaiano, magro, con una piccola peluria sopra le labbra e con le gambe arcuate, e siccome nessuno lo aveva mai sentito parlare e nessuno ne conosceva il nome da noi fu presto soprannominato il Ghiggia.
Il Ghiggia non parlava perché era sordomuto e quando veniva nel prato dove giocavamo, a gesti ci faceva capire che voleva giocare. Nella conta per comporre le squadre era uno dei primi a essere scelto perché anche se non sentiva e non parlava, quando riceveva la palla sapeva cosa farci.
Nessuno sapeva niente di lui, dove abitava, qual’era la sua famiglia. Poco importava, se c’era e voleva giocare, giocava. Dei giorni lo vedevo appoggiato all’edicola di piazza dei Mirti, intento a leggere il Corriere dello Sport. Finito di leggere lo riconsegnava all’edicolante, che lo ripiegava e lo metteva insieme alle altre copie.

Un giorno passando per via dei Castani, vidi il Ghiggia una decina di metri davanti a me. «Adesso lo chiamo» pensai stupidamente, prima di ricordarmi che non poteva sentirmi. «Faccio una corsa e lo raggiungo» mi corressi mentalmente e iniziai a correre. Arrivò il tranvetto che superandomi raggiunse il Ghiggia. Nello stesso momento in cui lo percepì al suo fianco cominciò a correre lanciando un urlo, quasi un ululato, un lamento disperato!
Continuò a correre e lamentarsi fino al capolinea di piazza dei Mirti. Quando il tranvetto si fermò, il Ghiggia si calmò, attese che la gente scendesse, si ricompose e riprese a camminare, come se nulla fosse accaduto.

 

Raccontai questo fatto ai miei amici, suscitandone l’ilarità e i commenti più crudeli.
Vinto dalla curiosità ne parlai anche con l’edicolante di piazza dei Mirti. Non mi sembrò sorpreso dal comportamento di Mauro (il vero nome del Ghiggia), mi raccontò che conosceva bene suo nonno e sua madre che qualche anno prima era salita su un treno diretto al Nord. Da allora non l’avevano più vista e, quando chiedeva di lei al nonno di Mauro, questi rispondeva sempre e soltanto che era fuori Roma per lavoro.

Non ricordo per quanto ancora durò, ma a quei tempi se ti trovavi dalle parti di piazza dei Mirti quando il tranvetto stava per arrivare al capolinea, capitava di vedere al suo fianco un ragazzo correre urlando disperatamente nel tentativo vano di rivedere sua madre scendere dal treno e abbracciarlo.

Published inLuoghi

Un commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Secondo Matteo Caccia, uno storytelling radiofonico diventato molto famoso, una storia deve essere autentica, con un prologo ed un movimento finale che “avvolgono” una descrizione più particolareggiata, il centro della storia. Credo che nei corsi di scrittura si dica qualcosa di simile. La tua storia ha proprio precise caratteristiche tecniche. Molto bene Marcello! Regalaci altre storie.

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