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Gioco come sono…o sono come gioco

Quando lo sport ti insegna a vivere

Erano giorni e soprattutto notti che rimuginavo sulla, per me, strampalata idea di Pierluigi di scrivere qualcosa. Con questo gran caldo difficile dormire. E allora, la mente rimugina, pensa, riflette. L’oscena proposta del mio mentore (ndr. Pierluigi) era quella di riportare qualcosa di concreto, reale, che capitasse nella mia attività di procuratore di giocatori di calcio. Ma cosa mi potrebbe capitare di particolare da raccontare in un blog così ben fatto e pieno di spunti e idee?

Invece Pierluigi, come sempre, aveva ragione. Una sorta di sentimento, forse più uno sfogo, una pulsione mi invadeva la mente. Quasi una sorta di visione, a me chiara, che per gli altri rappresentava un’immagine al contrario. Quasi come il quadro di Salvador Dalì di “Gala che contempla il Mar Mediterraneo e che a venti metri diventa il ritratto di Abramo Lincoln”. Sì, è proprio così. Io vedo Abramo Lincoln e gli altri la donna nuda.
Tanto che nelle ultime mattine, quando mi guardavo allo specchio, iniziava a farsi breccia un’idea.
Una sorta di piccolo spunto, che ho iniziato a coltivare. Si è accesa una sorta di lampadina. Ho visto una luce …
Sì, che strano, da un lato vedo le immagini di Federica Pellegrini e Gregorio Paltrinieri ai Mondiali di nuoto, i rigori parati da Gianluigi Buffon in una delle prime partite estive del nostro calcio malato e le fantastiche partite dei “big three” del tennis (Novak Đoković, Roger Federer e Rafael Nadal) nel torneo in guanti bianchi di Wimbledon. Tutti, per me, esempi di atleti di valore mondiale, che sono ritornati in cima, dopo un periodo di crisi.
Di contro, nelle mie orecchie, rimbombavano le parole di tanti giocatori e soprattutto dei loro genitori.
“Poverino mio figlio, non è valorizzato dal mister”. Oppure “… giocano i soliti raccomandati, è la storia del nostro calcio e tu non te ne rendi conto”. O ancora “ … la società vuole fare cassa e non vende mio figlio”. O al contrario “mio figlio è talmente bravo che non lo vogliono dare”. O peggio ancora. “Sono disposto a fare un sacrificio, a dare un contributo, per far giocare mio figlio”.
Ma come? Paghi per far giocare tuo figlio? Il mondo che va al contrario. Ho iniziato e continuo a fare questo lavoro per la motivazione opposta. Seguo, assisto il giocatore per stabilire il suo compenso e vengo remunerato in misura percentuale. A Napoli, la mia città di origine, si è soliti dire: “ ‘a carn ‘a sotto e i maccarùne ‘a coppa (ndr. la carne sotto e i maccheroni sopra). Una delle tante allegorie traslate dal cibo alla vita reale in uso a Napoli. In realtà nel piatto si mette prima la pasta e sopra il sugo di carne. Fare il contrario significa ribaltare le regole.
Adesso non posso pensare che con le moderne tecnologie (video, messaggi, whatsapp), tra le decine di persone che sono in giro ad occuparsi di scouting, nessuno si sia accorto che tuo figlio è un incrocio ben riuscito fra Krol, Beckenbauer, Koulibaly, Modric, Cruijff, Maradona, Pelè, Totti (ndr. è una citazione dovuta per la fede giallorossa di Pierluigi), Messi e Ronaldo, Cristiano o Luís Nazário de Lima, scegliete voi.
Ma come si fa a non guardare la realtà? Ad avere non fette di prosciutto davanti agli occhi, ma suini interi.
Se giocano in A, vorrebbero giocare di più; se sono in B, ti dicono “… ma come è possibile che le squadre di serie A non abbiano notato mio figlio; che non si accorgano di questi talenti”. O così via.
Parli ai ragazzi di una possibilità in una squadra di Eccellenza, bella piazza, con un piccolo rimborso spese ed è come se gli avessi proposto una rapina in banca. “No, Ale, mi spiace, ma io non vado in Eccellenza. Non scendo di categoria. O la serie D o nulla. Piuttosto smetto di giocare…”.
Ma come? Ma dove? Non hai mai giocato, neanche in Primavera. Non eri neanche convocato. E ora rifiuti? Nessuno ti chiama, non hai mezzo contratto, in partita e in allenamento non brilli. E ora in modo sdegnato, quasi offeso, rispondi come se ti avessi proposto tre mesi di galera? E se non è la categoria, è qualcos’altro. I soldi del rimborso, il vitto, l’alloggio, le spese per le utenze, il contratto, l’anticipo e/o le garanzie.
Mi ha sempre colpito una frase di Pierre de Coubertin. No “l’importante è partecipare” , che mi è sempre suonata come una gran bufala. Nessuno partecipa. Tutti vogliono vincere. Anch’io quando gioco con i miei figli. A basket, piuttosto che a calcio, o a carte.
No, la frase che mi sono impresso nella mente del barone francese, dirigente sportivo, pedagogista e storico è: “… lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla”. Perché non lo comprende nessuno? O meglio, pochi? Perché dare sempre alibi, giustificazioni e soprattutto trovare strade e percorsi alternativi per figli, parenti, fidanzati, nipoti o semplicemente amici? Scorciatoie e piccoli mezzi per arrivare prima al risultato?
Ho scoperto che l’essere umano è bravissimo nel trovare minuziosamente una qualsiasi motivazione per giustificare i propri insuccessi. Che tali, non sono. Dimostra sul campo, anche in Terza Categoria (ndr. l’ultima del calcio) che sei bravo e qualcuno ti noterà. Procedi per gradi, scalino per scalino e prova a salire di livello. Invece no, tutti vorrebbero la serie A. E anche quando la ottieni e vai in Champions League, c’è qualcosa che non va. Tipo, “… vorrei giocare di più, aumentare l’ingaggio, o altro ancora”.
Come dice Pep Guardiola, “… questa è la bellezza dello sport. A volte ridi, a volte piangi”.
O come ribadisce il, per me, mitico, Julio Velasco, “… chi vince festeggia, chi perde spiega”.
Ma perché gli altri non ci arrivano? Campioni come la Pellegrini, Paltrinieri, Buffon e Đoković, hanno perso, anche per più volte, sono entrati in crisi, riemersi e rinati. E perfetti sconosciuti non hanno il coraggio, gli attributi e delle volte, la semplice onestà di ammettere la sconfitta. Che altri sono stati più bravi di loro.
Ecco, la scintilla. Sono da quasi un mese con una squadra di svincolati. E’ un’idea che ho ripreso dal Centro Tecnico Federale di Coverciano e replicata in diverse regioni. Poco tornaconto economico, ma una bella esperienza. Soprattutto di vita.
Ci sono tanti ragazzi africani. Nigeria, Senegal, Gambia, Costa D’Avorio e altro. O sudamericani, dal Perù, dalla Colombia. Vengono per giocare, trovare un’opportunità, ottenere una chance. Ragazzi, badate bene, che erano sotto contratto con Milan, Lazio, Inter, Reggina, non “scappati di casa”, come ci definiscono quando andiamo a giocare fuori in amichevole. E li vedo, con ammirazione, continuare a correre, alla fine dell’allenamento di quasi due ore, per fare di più. Farsi trovare pronti. Ripresentarsi alla partenza, più forti di prima. Hanno fatto i muratori, i baristi, i commessi, gli operai. Hanno compreso la dura differenza fra giocare a pallone – ed essere remunerati – e lavorare. Ora vorrebbero una nuova opportunità. Nessuna polemica politica. Ci mancherebbe. In quest’ultimo periodo i nostri rappresentanti politici, mi sembrano ancora più distanti dalla dura realtà quotidiana. Un abisso. Fra quanto osservo in giro, quotidianamente e quello che sento al telegiornale.

“Gioco come sono”. E’ l’ultimo libro che ho letto del mio mitico Gigione Datome. Che per me, che ho passato tre anni in quel di Olbia, giocando a basket, oltre che lavorandoci, è un mito; capitano della nazionale di basket, ex cestista NBA, ora al Fenerbahçe, dove ha vinto anche l’Eurolega, oltre a campionati e coppe di Turchia. Ma soprattutto figlio del presidente della gloriosa Santa Croce, dove ho militato per un anno e titolare di uno storico complesso alberghiero a Golfo Aranci, del quale ero settorista in banca. Sì, che conflitto di interessi. Quanti ricordi, pensieri e sentimenti. Finanziavo l’attività del mio presidente, che per questo imponeva all’allenatore di farmi giocare… Bugia. Ero sempre ad allenarmi, un po’ in più rispetto ai compagni, perché comprendevo di essere inferiore. Come i ragazzi africani e sudamericani. Non ero da quintetto.
Forse, potrei modificare il titolo del libro. “Sono come gioco”. Né più, né meno. Con i miei pregi, i miei difetti, le vittorie e le sconfitte. Ma senza ricorrere ad alibi, giustificazioni o rincorrere stelle comete, impossibili da raggiungere. Quasi come i miei componenti dell’Equipe.
Grazie Pierluigi. Per lo sfogo. L’annotare queste sensazioni, vibrazioni e sentimenti, mi ha reso più leggero. Ora devo stopparmi. Ho raggiunto, come da te indicato, le mille, millecinquecento parole (ndr. dovrebbero essere più o meno millequattrocentotrenta, parola più, parola meno) e non voglio annoiare chi ha avuto il coraggio di arrivare fin qua…

nella foto Gigi Datome insegna basket ad Olbia (da Altervista)

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