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GIUSEPPINA

GIUSEPPINA

Ci sono donne aspre.

Giuseppina era una donna che io definisco aspra.

Le donne come lei, non si donavano mai troppe attenzioni, erano abituate a vivere di cose essenziali, di efficienza, a risolvere le necessità delle persone che avevano accanto e per fare tutto non c’era poi il tempo per i sorrisi.

La vedevi sorridere raramente, non perché non conoscesse la felicità, solo che la praticava poco e la esternava ancora meno.

Eppure io credo che, a modo suo, sapesse amare ma l’amore lo aveva barattato con l’imprenscindibile. Quello non ti lascia il tempo per pensare a cosa sia più giusto o più conveniente fare.

E lei aveva scelto. Chissà cosa doveva aver pensato il giorno in cui aveva affidato quel fagottino bianco e rosa a sua madre.

“Te la lascio, abbi cura di lei, io non posso adesso, lo sai, devo lavorare.”

E così aveva dimenticato il tempo che scorreva inesorabile e trasformava quel fagottino in una bimba deliziosa e poi in una ragazzina che era un peperino di curiosità e vivacità e che mai si era chiesta come mai la sua mamma fosse un po’ meno giovane delle mamme delle altre bimbe.

Giuseppina si prendeva cura della sua bimba quando aveva tempo, ma col passare degli anni chi l’aveva sostituita nel suo ruolo l’aveva sollevata dalle tante responsabilità e lei si rendeva conto che non le dispiaceva, anzi, non si sentiva affatto una madre mancata piuttosto una madre persino fortunata. Tutto ciò che era difficile o richiedeva tempo ed energia a lei era stato risparmiato.

L’egoismo stava diventando abitudine. Sapere di non dipendere da qualcuno l’aveva resa libera ma anche fredda e distaccata.

Ecco l’asprezza, quei suoi modi spicci, la responsabilità che rasentava solo se stessa e nessun altro, quel suo amare ma con la distanza di chi mette spazio tra sé e gli affetti più cari.

Tutta la vita così, senza un sentimento che fosse sanguigno, che togliesse il sonno o che facesse scoppiare il cuore di gioia. Tutte cose che conosceva perché le viveva di riflesso, mai come se le appartenessero davvero, sempre un po’ più in là, attenta a non farle avvicinare mai troppo.

Ma poi, chi stabilisce come va regolato l’amore?

Era facile cadere nel giudizio di madre snaturata, di donna fredda che ha pensato solo a se stessa, che con gli anni non ha voluto recuperare quel tempo perché non ne sentiva la mancanza e ha continuato a mostrare l’immagine dell’egoismo e della freddezza.

Di lei ho un ricordo fermo a una sera d’estate, calda e afosa, e di un gelato a crema e cioccolato sciolto troppo in fretta e mangiato ancora più frettolosamente. E di quel piattino lavato velocemente perché doveva essere rimesso tutto a posto, tutto in ordine. Mi chiesi che male ci potesse essere a lasciare i piattini sporchi nel lavandino. Nel mio immaginario di bambina, quel disordine rimandava alla bella compagnia di quella sera d’estate e ai giochi di noi bambini.

E invece tutto doveva essere riportato all’ordine, persino quella sera d’estate come a voler cancellare ciò che non faceva parte della quotidianità.

Le lacrime che ho visto negli occhi di sua figlia questo pomeriggio, però, mi hanno raccontato comunque l’amore. L’amore di chi ha capito, di chi non ha giudicato ma compreso quanto sia difficile amare e scegliere il bene dei figli anche se quel bene ha significato non avere mai abbracciato tua figlia quando avresti potuto e non averla più abbracciata quando avresti voluto.

Pubblicato inDonne

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