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Gli occhiali magici

Una diroccata casa sulla spiaggia. Erosa dalla salsedine, con gli scuri perennemente chiusi, umiliati dal vento che ne aveva divelto alcuni cardini. Avere la bellezza dinanzi a sé e non poterne godere per un terribile contrappasso che l’aveva resa adorna di ogni bruttezza.

Qualche vetro rotto dai giochi dei ragazzi o dallo scherno di chi aveva voluto oltraggiarla magari senza un apparente motivo, livido dalla rabbia per essere stata, essa, la casa, posta in una posizione privilegiata, a ridosso della splendida battigia, a gustare il mare dentro ogni stagione.

Chi ha percepito la malinconia di un tronco spoglio abbandonato sulla spiaggia, di un libro aperto cui il vento strappa le pagine, sa cosa provava la vecchia casa, le sue pareti fremevano indignate e stanche e né le splendide giornate di sole, né le mirabili tempeste, scuotevano quelle fondamenta che avevano pregato il signore del Tempo affinché ponesse fine a quella lunga, lenta e inesorabile agonia.

Lei conosceva benissimo quella casa diroccata. Ne sentiva su di sé ogni crepa, ne conosceva ogni anfratto, sapeva che si stava lasciando morire pur desiderando in cuor suo, ardentemente aprire i battenti e respirare lo iodio che saliva dal mare.

Lei era quella casa, le loro epopee assimilabili. Come le stagioni . Vi erano quelle ricche di risa di bimbi, fresche e contagiose e quelle disseminate dei mugugni degli adulti, delle ansie del vivere che si affastellavano come nembi scuri adunati in attesa di temporale. Lei era come quel muro su cui non cresceva più il glicine, restavano solchi profondi sui quali il sole cocente aveva dettato i suoi comandamenti.

Specchiarsi al mattino era l’incubo che propagava la sua durata alle ore diurne. Gli occhi non brillavano luminosi, la piega del sorriso aveva lasciato spazio ad una linea dritta, severa. Spegnere era il verbo che l’aveva ammantata e spenta si guardava come quel camino senza i ceppi, senza fiamma , ventre di nuovo vergine dopo avere colto le mille sfumature del piacere.

Dov’era la donna che era stata? Aveva fatto un mucchio delle sue emozioni e l’ aveva infilato in un grosso bustone, come quel contenitore in cui aveva riposto le lenzuola blu e quelle rosse di seta. Non servivano ad un complemento d’ arredo ormai vintage quale lei era diventata. Un orpello obsoleto, un violino scordato che non sapeva produrre più i suoni melodiosi che aveva composto un tempo.

Era capitato anche a lei… Lo ripeteva incredula. Come quando comunicano un terribile male. Mille domande cariche di perché…mentre l’autostima scemava , mentre i colori sbiadivano e le certezze di donna traballavano. Mille i Forse , i Se, i Ma. E, improvviso , l’abisso ghermiva, talvolta persino, suadente, misericordioso.

Coloro che ne avevano udito la cristallina risata , cercavano il riso in quell’ ostinato silenzio che l’avvolgeva come nuovo sudario in cui aveva ucciso ciò che restava della sua femminilità. L’amore della sua vita aveva deciso che lei non era più l’amore della sua di vita e, semplicemente, le aveva fatto comprendere il valore che le riconosceva: niente .
Era un niente che indossava vestiti, un niente che mangiava, un niente che parlava, un niente che…non sognava più..
Come quella casa sulla spiaggia in cui la cucina non profumava da secoli di sughi e di salsedine.

Aveva rotto la stecca dei suoi occhiali da vista. Una iattura perché la miopia non le consentiva di stare senza. Per fortuna l’ ottico era un suo amico , avrebbe fatto di tutto per risolverle il problema in pochissimo tempo.

Le piaceva attendere in quella sua anticamera con alle pareti scaffalature piene di occhiali di diversi modelli, fatture, costi.. Per lo spazio dell’ attesa tornava adolescente e provava quelle lenti fingendosi ora diva ora luminare della scienza.

In un angolo, in disparte …soli. Scuri, grandi. La osservavano, ne era sicura. Erano lì per lei, come accadeva ogni qualvolta un oggetto inanimato le parlava. Incuriosita e spinta da chissà quale vanità, li aveva indossati e si era rivolta al grande specchio che troneggiava nella stanza.

Quegli occhiali rimandavano l’immagine di una donna frizzante, empatica, sorridente…viva. Li toglieva e tornavano le ombre , quelle scure, subdole che amavano ricacciarla nel fondo dei suoi cupi pensieri. Li rimetteva e spuma, sole, mare divenivano il suo intorno e lei appariva regina sul suo scoglio.

Si stupiva. Non avevano lenti graduate , probabilmente non le avrebbero neppure consentito di potere guardare lontano, ma sapevano meravigliosamente guardare dentro di lei. Le consentivano di vedere la donna che era stata prima della sua notte dell’anima.

Quegli occhiali erano magici, come la lampada di Aladino -Apriti Sesamo- e un cancellino eliminava gli effetti dei suoi malumori.

Dovevano essere suoi. Quale utilità avrebbero avuto non lo sapeva ancora, ma erano miracolosi. Le avevano tolto la corteccia e le avevano fatto riscoprire la sua linfa viva , vitale , ricca dell’euforia dell’esistere sempre, comunque, nonostante tutto.

Li aveva acquistati. Inconsciamente sapeva che erano stati realizzati per lei , chissà da quale artigiano o alchimista. Non avrebbe potuto indossarli, con essi non poteva guardare lontano, ma le avrebbero ricordato sempre che per splendere bastava semplicemente guardarsi dentro.

Persino le sue cicatrici divenivano medaglie e i sogni si chiamavano progetti. Erano stati proprio occhiali magici…

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