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Gnocchi di patate

Anche allora c’erano giornate così.
La nebbia, fitta, bianca bianca, di una luce intensa.
Il campanile si stagliava maestoso, nell’orizzonte del balconcino intagliato e umido.
Di sotto mi aspettava il caldo della cucina, con i fornelli accesi e il profumo della domenica.
Vorrei ricostruire quell’incanto, che assomiglia ad un quadro nella mia memoria.
Le tue mani nodose, per via dell’artrite, erano immerse nell’impasto, quello semplice degli gnocchi fatti in casa, e i vapori del lesso annunciavano il consueto pasto, tradizionale, e per questo avvolgente.
Sì, era così che mi proteggevi, tramanadomi il consueto, semplice, ma prelibato.
E ancora, in un angolo, vibrava il coperchio dell’acqua che bolliva, sporco di farina, perché di fretta avevi dovuto alzarlo, spostarlo, se la fiamma non poteva spegnersi.
Ancora in pigiama, sedevo tra questi tesori, scolpiti oggi più che mai nell’anima, l’immancabile gatto nero nel sedile di fianco.
E ti chiedevo solo un caffè: inestimabile il suo gusto amaro, tra gli odori pieni di noce moscata, pomodoro e bollito.
Il tuo sorriso era sempre accogliente, e non so come facessi.
I tuoi occhi neri, piccoli, ma infinitamente intensi, si stringevano ancora di più nell’espressione di chi non attendeva altro… E mi porgevi una tazza fumante, nero bollente!
Guardavo quel movimento esperto, che tagliava cubetti di pasta e li faceva rotolare sulla grattugia, sodi ma morbidi, qualcosa di ancora impossibile per me.
Tu eri così, la sintesi impossibile dei contrasti, in cucina e nella vita.
Con le parole provo a ricostruire questo affresco, dai colori forti, avvolto dalla foschia della nebbia.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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