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GUARDA CHE LUNA

Un istinto, un dono della natura sorpresa in un attimo di generosità in certe notti d’estate. Saper guardare la luna.
Una rivelazione strettamente femminile riservata a certe donne un po’ speciali, un po’ anemiche da bambine e un po’ streghe da ragazze.

Lei l’aveva respirata la luna. Rari momenti, come conviene ai prodigi, quando quel fluido le era sceso nell’anima fissandole dentro insieme alla magia della luce bianca il senso del suo destino.
La prima volta era impressa come un profumo nella sua memoria. Uno dei suoi primi ricordi. Una sera di giugno. :Aveva quattro anni e quel giorno aveva imparato a nuotare. Ora stava camminando sulla strada di massi lungo la costa, la piccola mano in quella grande e asciutta di suo padre e gli occhi fissi sui suoi sandali bianchi, quelli con “i fagioli” *, che le piacevano tanto e che le permettevano di indossare solo nelle grandi occasioni. Procedevano in un silenzio rotto solo dallo sciabordio delle onde. A sinistra, oltre i grandi sassi dell’argine, si intravvedevano gli scheletri neri delle case sventrate dalle bombe, ma a destra c’era il mare che a poco a poco si andava facendo d’argento. Un luccicore vibrante, un pulsare di stelle a cinque punte come se il cielo gli si fosse disteso sopra a diventare tutt’uno con l’acqua.

Fu allora che si accorse di lei. Stava là, sospesa a mezz’aria e le sorrideva dalla cima di un’agave. Non potè che rispondere a quel sorriso così aperto e invadente “Ciao, Luna”
gridò in silenzio. Il patto era suggellato. E, visto che lei era troppo piccola per arrivare fin lassù ad abbracciarla, fu la luna a scendere da lei con tante minuscole scintille della sua luce, che presero a danzarle intorno in una festa indimenticabile.
“ Guarda, le lucciole” disse suo padre. Lei sorrideva a quel brillio che le accendeva gli occhi e le scaldava il cuore. Le lucciole, polvere di luna per una nuova piccola strega.

Una vita dopo arrivò il tempo che lottava, che correva, che cercava. Era tanto tempo fa. Ma la notte sull’isola bianca, in quel villaggio così bianco da portarne il segno perfino nel nome, era come una perla nello scrigno della memoria..

La barca era approdata ai piedi di uno scenario di casette candide, Il tramonto era stato uno dei più viola di quella estate diversa. A poco a poco il cielo e il mare si erano incendiati l’un l’altro per acquietarsi nella pace sospesa tra il lilla e il violetto.

Poi tutto fu blu notte.

Avevano raggiunto la spiaggia scivolando sull’acqua in silenzio, si erano arrampicati fino al paesino, di certo inventato per una rappresentazione teatrale. Oltre lo slargo con la fontana, proprio sotto l’immenso ulivo, le case finivano all’improvviso e si apriva la valletta di cui avevano sentito raccontare quelle storie così meravigliose da essere incredibili.

La luna era là ad attenderla. Immensa. Regina e sorella. In quello spazio fuori dal tempo e da qualsiasi realtà, offerto a chi per desiderio o per avventura fosse riuscito ad arrivare fin lì. Sembrava sapere da quanto lontano lei arrivasse, e ne era compiaciuta.
La sentì sussurrare “Benvenuta, lo sai ormai che c’è sempre un altro luogo e nuove vite e nuove magie”. Ecco. L’immobile silenzio. La luce da sortilegio. Tutto era pronto per operare il miracolo.

Si riempì gli occhi di luna. Battè forte le mani. Subito a quel suono risposero i ragli degli asini nascosti tra le siepi di rosmarino e di corbezzoli, e miriadi di farfalle fosforescenti si levarono in un volo che era una danza di notturno arcobaleno.
Sentì la luna ridere mentre ballava con le braccia levate al centro della valle insieme alle farfalle multicolori. Durò un attimo. Ma fu per sempre.

Poi attraversò i Monti del Lalik, e solo allora scoprì che nulla eguaglia lo stupendo mistero della Luna Blu.
La Grande Dea del Deserto. Dominatrice del Nulla più palpabile. Antitesi totale.
Solo lì la luna si manifesta fino in fondo, nello specchio di se stessa. L’altra metà del cielo. Quintessenza dell’Anima. Mare della tranquillità.

Sdraiata sulla sabbia ondulata, ancora vagamente tiepida, contemplava il silenzio di latte. Il Nulla era così pulito! E tutto il resto così superfluo e lontano.
Il Tempo si era perduto in quello spazio sconfinato. Era aria e terra, e le sue cellule confuse con atomi di rena e di luce. Solo il battito del suo cuore, un punto rosso palpitante. Alle soglie del Vuoto, la Verità.
Lilyth e Iside e Diana, e tutte le altre forme che dagli Atlantidi agli Atzechi, agli Incas, ai Maya e agli Assiri le avevano attribuito ancora prima, non erano altro che una preghiera: a restare più a lungo, a non lasciare così tanto spazio al Sole.

Era sempre stato chiaro a chi sapeva guardarla che dei due la migliore era lei.

* Particolare modello di scarpe di moda in quegli anni. Sandali chiusi con fibbie laterali e con due
aperture sulla tomaia a forma appunto di fagioli.

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