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Ho fatto un sogno

Ho fatto un sogno strano.
Ero un insegnante ed ero in una classe enorme, da solo.
Dopo poco sono arrivati due bambini. Erano biondi e sembravano spaesati e spaventati. Mi guardavano rimanendo fermi davanti a me.
Io dicevo loro di sedersi ma loro rimanevano immobili, in piedi, come se non capissero la mia lingua. Indicai il banco e, a quel punto, si sedettero.
Li guardavo cercando di dir loro qualcosa, ma non mi veniva niente di cui parlare. Era strana quella situazione, mi rendevo conto che non fosse normale che un insegnante dovesse stare zitto, ma proprio non sapevo cosa dir loro. Ogni tanto sentivo una piccola campanella suonare. Staccai gli occhi dai due bambini e vidi che in classe ne erano arrivati altri due. Erano in piedi, non si muovevano e, come i primi due, erano tristi, profondamente tristi. La loro pelle scura li identificava come di origine africana, ma io non pensavo a quello: a me metteva angoscia il loro sguardo triste.
Dissi anche a loro di sedersi, facendo anche dei cenni, ormai era chiaro che quei piccoli non conoscessero la mia lingua.
Non so come, ma uno di loro, mi fece capire che non dovevo parlargli usando la bocca, ma di parlare con loro col pensiero. Stranamente capii e provai.
Era un sogno, quindi queste cose possono capitare.
Li salutai pensando intensamente a quel saluto. Loro mi risposero. Ogni tanto sentivo suonare quella campanella.
Alzai di nuovo lo sguardo e vidi che sia le dimensioni della classe che il numero dei bambini erano aumentati. Notai che ad ogni suono della campanella un nuovo gruppo di bambini entrava nella classe. Ce n’erano di biondi, di bruni, di color caffellatte, con gli occhi a chiari o neri come la pece, altri con tratti mediorientali e tutti davvero tristi.
Provai a fare delle domande sempre con lo stesso sistema del pensiero. Chiesi a chi piaceva leggere. Alcuni risposero alzando la mano con entusiasmo, altri facevano il verso di vomitare, provocando delle risate di altri. Chiesi chi di loro fosse bravo con i numeri. Molti alzarono la mano, altri iniziarono a fare “buuuu”. Cominciavano a sembrare bambini normali, con la loro esuberanza e la voglia di ridere. Continuai cercando di soffiare su quella fiammella di entusiasmo. Chiesi a chi piaceva la verdura lessa e fui sommerso da una montagna di versi schifati, seguiti da delle risate divertite. Giocai su quell’argomento e proposi una serie di pietanze delle più disparate, alla fine chiesi a chi di loro piacessero le patatine fritte; ci fu un boato di approvazione. Alcuni di loro magrissimi, in realtà, avevano mostrato gioia e approvazione ad ogni mia pietanza proposta.
Quando si furono calmati, sorrisi e mi presentai. Dissi loro di essere italiano. Sorrisero, e qualcuno applaudì.
Chiesi ad uno della prima fila cosa avrebbe voluto fare da grande. Il bambino non disse niente. L’intera classe si zittì di colpo a quella domanda. Lo guardai invitandolo con lo sguardo a rispondere. Il bambino si mise a piangere. Non era un pianto normale di un bambino bizzoso. Era un pianto di dolore, come quello di una persona ferita nel profondo. Un pianto che non si addice ad un bambino di quell’età.
Poi mi accorsi che tutti i bambini stavano piangendo. E scoprii che anch’io ero in lacrime.
Mi sentivo triste per loro e con loro, senza saperne il perché.
Poi ecco di nuovo il suono della campanella. Questa volta riuscii a vedere un omino magro e piuttosto anziano che apriva la porta e accompagnava altri bambini all’interno dell’aula. Lo raggiunsi e gli chiesi quanti bambini ci fossero stati in quell’aula in quel momento.
Lo so che le domande che avrei potuto fargli sarebbero potute essere centinaia e tutte sicuramente più intelligenti di quella che gli avevo fatto, ma un sogno è così, prendere o lasciare.
L’omino mi guardò e mi disse che non poteva sapere quanti ce ne fossero, né quanti ce ne sarebbero stati a fine giornata.
Poi gli chiesi perché non rispondessero alle domande sul loro futuro. L’omino mi guardò triste e mi disse:
«Questi bambini non hanno futuro…»

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