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(HO) PIANTO

25 novembre 2021

 

“Potrò mai perdonare a te che giri casa
con la vestaglia unta di macchie di dolore …”
Claudio Lolli – Compagni a venire

“Per me la previsione ha sempre sciupato il godimento.
Ho visto il futuro solo perdendoci”.
Jean-Jacques Rousseau – Confessioni

L’ottobre dei miei vent’anni.
Passo notte e giorno a scrivere uno dei miei primi testi teatrali, un testo cattivo e scorretto, sghembo, sull’aborto.
Sono divorato dal fuoco della militanza e dall’urgenza di andare in scena con un tema scottante, che affronto utilizzando cori greci, canzoni di Claudio Lolli (“Compagni a venire” scorretto e fastidioso come un’unghiata sulla lavagna), e brani di Don Lorenzo Milani.
Mio padre mi affronta una mattina presto, prima di andare in ufficio.
Inizia a parlarmi con i toni accattivanti dell’adulto comprensivo: “… perché ti comporti così? Com’è che non studi più? Che cosa vuoi fare della tua vita?”
Rispondo solo perché mi sento incalzato: “… voglio fare teatro, scrivere e mettere in scena cose, racconti”.
Mi guarda in un modo che mi è rimasto impresso per sempre, come se gli avessi mancato di rispetto.
“Teatro? Racconti? Con quale faccia, con quale coraggio tu a vent’anni mi vieni a dire non studio perché voglio fare teatro? Dimmi, spiegami con quale coraggio!”
Mentre mio padre parla, seduto su una sedia della cucina, impermeabile addosso, mia madre è china a terra, gli infila e gli allaccia le scarpe, le lustra.
La guardo, guardo il suo modo franoso di amare.
E a mio padre non spiego nulla, faccio invece una cosa molto stupida: mi metto a piangere.
Lui reagisce immediatamente: “Ci avrei scommesso: dopo il teatro il pianto, cose da femminucce…”
Si alza, esce.
Da allora è passato molto tempo, i contorni di questo fatto sono sbiaditi, non ricordo nemmeno le parole esatte che mio padre mi disse, a parte la certezza che usò proprio quelle espressioni: “con quale coraggio” e “pianto? roba da femminucce”.
Restai con la mia ferita, avevo vent’anni e per un gran numero di motivi non particolarmente interessanti smisi di studiare e iniziai a lavorare.
Mi aspettavo da mio padre lodi e consigli incoraggianti, invece lui mi aveva trattato come se quella mia ambizione fosse una gravissima colpa.
Giurai che non avrei fatto teatro mai più. Ero umiliato e furibondo, disperato e feroce. Riuscii a nascondere in qualche angolo del cervello la vergogna di aver pianto “come una femminuccia”, e il rancore e lo spavento per la reazione scomposta di un adulto che amavo tanto.
“Pianto? roba da femminucce” mi aveva detto: un’espressione assurda, solo le donne possono piangere? A me piaceva piangere, mi commuovevo spesso, da solo, per esili cose.
Volevo togliergli autorità e ci riuscii. Mi aveva guastato il piacere di pensare al palcoscenico e il godimento di buttare in lacrime i sentimenti belli e brutti che vivevo.
Solo da poco tempo ho rivisto in quegli attimi l’infelicità di chi si è scoperto non all’altezza del suo stesso ruolo, e quando vede che il ragazzo che ha davanti sta per mettere precocemente a rischio, senza alcuna consapevolezza, l’intera sua vita, prova fastidio, rabbia e pena e attenzione e affetto e gelosia.
Un impasto disomogeneo di sentimenti che lo fa agire d’istinto in modo eccessivo: “Attenzione, piccolo stupido, la vita è una cosa seria, e un maschio nella vita deve fare cose da maschi, io lo so come stanno le cose, lascia perdere …”
Come se per tirarmi via da un pericolo mettesse troppa forza e mi spezzasse un braccio e una gamba.
Insomma mio padre finì in un groviglio di quelli che oggi so riconoscere abbastanza bene.
Mi riferisco a quei piccoli e grandi momenti nella nostra vita in cui l’ordine che ci siamo assegnati ribolle, e i pezzi eterogenei di cui siamo fatti, mai veramente connessi, si urtano e vanno in mille minuscole scaglie, come le onde quando si tuffano e schiumano, riducendoci per un minuto, per giorni, anche per anni, alla cosa arruffata, sempre debordante, che veramente siamo.
Mio padre, con tutta probabilità, mi investì con il suo improvviso disordine e nei pochi secondi in cui, davanti ai miei occhi, si sformò “… piangi? come una femminuccia?” mi fece male fino a sformare anche me.
A vent’anni mi spaventai, al punto che la perdita brusca, per qualche istante, della vecchia apparente coesione, l’insorgere in me come negli altri dell’incoerenza, seguita tuttora a spaventarmi, e allo stesso modo mi spaventa la debolezza, e il pianto.
Poi sono cresciuto e di quei momenti ne ho visti altri, e altri ancora mi sono tornati in mente fino a diventare il mio nutrimento di uomo: devo a loro se mi è sembrato di avere qualche ragione per scrivere, e cercare e raccogliere le storie di altri.
Crescendo non ho più creduto, per esempio, alla convenzione che abbiamo un unico volto, e che quel volto è la nostra identità. Siamo organismi mutevoli e il viso non è la nostra componente più stabile.
Perciò mi sono tenuto le mie trenta e più facce quotidiane, utili per vivere pienamente la mia vita. So che una di queste facce è donna, è bellissima, e ne sono orgogliosa.
Oggi abbiamo bisogno più che mai di strapparci a noi stessi, ad artificiose e abusatissime, stereotipate identità, e sentire tutto il peso, tutta la responsabilità di parlare e conoscere dell’altro, di esseri umani e non umani, di pietre, di piante, del brutto e del bello, del pianto e del riso, sconfinando, disaggregando, aggregando, inventando.
Oggi a mio figlio quattordicenne spiego che le uniche cose certe restano le sue lacrime per i primi fallimenti sentimentali, e quelle materialissime dei testi che nel tempo la mano è andata componendo, parola dietro parola.
Oggi Dio che scrive c’è, domani no.
Oggi è uomo o donna, non importa.
Oggi ha talento, domani lo perde.
Oggi si monta la testa, sogna, e piange.
Domani se la smonta. O è un padre qualunque, il mondo, a smontarla.

Pubblicato inGenerale

2 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Sono commosso e felice, tanto felice per te.
    Hai fatto un passo straordinario – e io ne sono personalmente consapevole – per vivere bene, beatamente, senza fantasmi e senza la complicatissima e logorante necessità di starsi a cambiare di maschera in ogni momento.
    Ti voglio bene, Amico del Cuore!

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