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I ragazzi di via dei Frassini

Ripenso sempre volentieri alla mia infanzia. A otto anni abitavo dalle parti di via dei Frassini. Non era ancora asfaltata, non era percorsa da automobili ed era il punto di ritrovo dei miei amici.
Anche se la nebbia del tempo ha diradato i loro volti, li ricordo quasi tutti.
Zì Angelino, Miro, Ivo, Massimo, Maurizio, i fratelli Pino e Sabino, ognuno con le proprie caratteristiche e manie.
Il posto preferito per le nostre scorribande era la marana, uno dei confini del quartiere, dove adesso c’è viale Palmiro Togliatti. I miei genitori non volevano che andassi a giocare lì perché la marana era un corso d’acqua malsana e vicino c’erano le baracche abitate dagli emigranti pugliesi, secondo loro gente poco raccomandabile.
Ci andavo di nascosto armato di fionde, arco e frecce ricavate da vecchi ombrelli.

Angelo, chiamato da tutti Zì Angelino, era fissato nel voler andare a giocare alla marana. Era un tipo taciturno e lunatico, spesso se ne andava senza un motivo oppure non si faceva vedere per diversi giorni. Era il più grande di noi ed era il più bravo a prendere rospi, lucertole, serpi, uccelli e gatti. Era il capobanda, abilissimo a torturare quei poveri animali. Costruiva strane gabbie per le lucertole, per poterle torturare con le spille oppure le faceva gonfiare mettendo nella bocca del tabacco. Prendeva gli uccelli dai nidi per darli in pasto a quei pochi gatti che giravano nel quartiere. Legava i barattoli alla coda dei gatti o addirittura versava la benzina per poi dar loro fuoco. Ripensando alla sua cattiveria verso gli animali mi meraviglio di come tutti noi lo accettassimo nel nostro gruppo, ma a dieci anni o giù di lì certe azioni probabilmente apparivano come dimostrazioni di coraggio più che di crudeltà.
Miro raramente veniva alla marana, a lui non piacevano i giochi che faceva Zì Angelino, preferiva giocare a pallone. Quando veniva in strada era affiancato da suo fratello più piccolo Massimino, perennemente con il naso sporco. Non si capiva quanti fratelli più grandi avessero, ogni volta uno diverso veniva a chiamarli perché tornassero a casa.
Ivo era del nord, aveva la forma della testa strana quasi triangolare e per questo da subito fu preso in giro da tutti noi. Dopo un po’ anche lui iniziò a ridere del suo difetto.
Di certo nessuno aveva il coraggio di prendere in giro Massimo.
Spesso lo vedevi la domenica pomeriggio con i capelli impomatati che cercava complici per andare ai cinema California o Broadway a rimedià qualche sordo dai “vecchi”.
Era sfrontato e sicuro di sé, sempre pronto a venire alle mani con chiunque.
Tutti i ragazzi della zona avevano avuto modo di prenderle da lui, compreso Angelo.

Il nostro gioco preferito era il pallone. In genere giocavamo nel grosso prato adiacente alla chiesa San Felice da Cantalice. Non posso dire che fosse il gioco del calcio perché mancavano molte cose. Giocavamo senza arbitro, le decisioni venivano prese tra di noi e spesso chi era più tenace la spuntava, oppure decideva il proprietario del pallone con l’eterna minaccia di portarlo via. Le porte erano formate da sassi o dalle nostre giacchette. Senza tattica né squadra, si decideva chi giocava in difesa e chi in attacco. In porta spesso ci alternavamo oppure ci andava quello più scarso, in genere i due più bravi facevano la conta per scegliere i componenti delle squadre. Le nostre partite di pallone erano interminabili, potevano durare anche due giorni. Si stabiliva un numero di gol da raggiungere e finché non si arrivava all’obiettivo la partita non finiva. S’interrompeva al far della sera per riprenderla il giorno dopo.
Un giorno, mentre stavamo giocando una delle nostre interminabili partite nello spiazzo vicino la chiesa, si affacciò un osservatore della Libertas Centocelle.
Chiamò me e Miro e ci chiese se eravamo interessati a giocare in una squadra vera. Tutti i nostri amici fecero capannello intorno a noi commentando in vari modi la nostra fortuna.
Massimo, il solito esperto sessuale, ci allertò sull’allenatore state attenti, m’hanno detto che quello è ‘na checca …
Un paio di giorni dopo Miro e io ci trovammo nella sede della Libertas insieme a una ventina di ragazzi.
Un signore di mezza età di dubbia pulizia, era soprannominato er Minestra per il fetore che emanava e con movenze decisamente femminili, ci parlò di tattica e ci spronò a impegnarci ed essere puntuali. Ci portò sul campo di calcio e iniziammo diverse prove di corsa e scatto senza toccare neanche un pallone.
Mentre tornavamo a casa con la valigetta contenente la divisa della società e gli scarpini, eravamo contenti ma perplessi se continuare o no. C’eravamo sentiti a disagio ad avere a che fare con quel tipo e non avevamo legato con gli altri ragazzi. Dopo qualche mese decidemmo che ci divertivamo di più a giocare nel nostro spazio vicino alla Chiesa.

Quando non giocavamo a pallone, facevamo i giochi più disparati, ormai persi nella memoria dei ragazzi di quell’epoca. Nizza, battimuro, figurine, spacca picchio, sassaiola, uno monta la luna, biglie di vetro (borgioni?), nascondino, barattolo…
Non c’era una regola precisa per fare uno o l’altro dei giochi. Uno di noi portava le figurine e allora gli altri andavano di corsa a casa a prendere le proprie e si giocava con quelle. Oppure c’era chi veniva con un manico di scopa e giocavamo a nizza.
Dal manico di una scopa tagliavamo un pezzo piccolo, circa 10 cm, con un coltello rendevamo appuntite le estremità. Poi lo mettevamo per terra e con la parte rimasta del manico lo battevamo per farlo saltare in aria. Quando riuscivamo a farlo saltare lo colpivamo violentemente, vinceva chi mandava più lontano la nizza, così si chiamava la parte più piccola.
Smettemmo di fare questo gioco dopo che Miro colpendo la nizza la fece arrivare sulla testa di Ivo che crollò a terra come un burattino cui hanno tagliato i fili.
Non mi sono fatto nulla! urlò Ivo, rialzandosi con la testa insanguinata.
I medici del pronto soccorso non furono dello stesso parere e chiusero la ferita con alcune grappette.
Dopo che Ivo si riprese e tornò in strada, continuammo a prenderlo in giro dicendogli che grazie a quel colpo non aveva più la testa triangolare.
Un altro gioco pericoloso era la sassaiola.
Era una sorta di sfida tra bande di ragazzi di diverse zone del quartiere.
Ci recavamo nel grosso parco della Torraccia (Parco Archeologico di Centocelle) dove le bande, armate di sassi, si fronteggiavano a una certa distanza.

Un giorno Massimo si presentò in strada con una scatola piena di cuscinetti a sfera. Fu così che iniziammo a giocare con i monopattini. Erano di due versioni.
Quella tipo bici era formata da due parti di legno, la base e il manubrio fissate tra di loro. Sulla base si montavano due cuscinetti: le ruote.
L’altra versione, il tipo automobile, era formata da una tavola di legno, su cui si montavano quattro cuscinetti.
Con i monopattini giravamo tutto il quartiere, ma il percorso preferito era l’ultimo tratto di strada che andava verso la marana, perché era particolarmente ripido ed era molto eccitante correre a perdifiato per quella discesa.

Quando nel 1960 ci furono le Olimpiadi di Roma decidemmo di organizzare tra noi una speciale olimpiade da svolgersi proprio lungo via dei Frassini.
Le specialità erano: il salto in lungo, il salto in alto, la corsa breve, la corsa lunga, il lancio del peso, il lancio del giavellotto e il lancio del disco.
Stabilimmo la quota di partecipazione per ogni specialità: ricordo che era di 5 lire.
Partecipammo un po’ tutti tranne Massimo è na cosa da froci disse e se ne andò via.
Prima di decidere a quale gara iscriversi, ognuno di noi verificava quale sarebbe stata la specialità che avrebbe dato più possibilità di vittoria. Chi assisteva alle prove si prodigava in elogi per convincere l’amico a iscriversi, poco importava se la prestazione non era stata molto brillante, anzi.
Lo svolgimento delle gare occupò un periodo talmente breve che fu per tutti una grande delusione. Ci avevano affascinato più la preparazione e le discussioni sulle regole che l’evento vero e proprio.

Poi un giorno mia madre mi disse che era giunto il momento di andare via.
Era nell’aria da molto tempo che i miei genitori si stessero separando.
Ci trasferimmo da mia nonna a Torpignattara. Accadde così in fretta che non ebbi il tempo di salutare gli amici. Per la verità non ero completamente dispiaciuto. Essere andato via così all’improvviso mi aveva evitato di raccontare loro il motivo del trasferimento. Era una cosa di cui a quei tempi mi vergognavo, ma non immaginavo che non li avrei più rivisti.
Era il 1963, avevo tredici anni e quel cambio di abitazione rappresentò un passaggio veloce da un mondo di giochi e spensieratezza a un mondo più adulto fatto di sacrifici e responsabilità.

Ma questa è un’altra storia…

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