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Il blocco di marmo

 

Finalmente ce l’aveva fatta! Era riuscita a ritagliarsi uno spazio quel pomeriggio. Un’ora tutta per sé. Shopping? Parrucchiere? Cioccolata calda con le amiche? Noooo.

La goduria era quel sasso.

In barba alle leggi dello stato che lo classificavano ” bene demaniale” , quello scoglio era Suo, di persona personalmente come avrebbe detto il buon Catarella nel Montalbano nazionale.

Sotto la città, a due passi dal caos, in un pezzetto di spiaggia interessata da perenni lavori di sistemazione. Quell’angolo era il suo.

Probabilmente in una precedente vita un nobile con la spada in mano, l’aveva investita “Cavaliere” e le aveva dato quel feudo. Ometteva quella sua fervida immaginazione di dirsi che era una donna e che Cavaliere in passato non era un mestiere muliebre e che nel presente era una categoria estinta anche per gli stessi uomini. Confidava nel futuro per uomini e donne .

Lo scoglio l’aspettava, apparentemente impassibile.

Sapeva che periodicamente lei lo raggiungeva. Soprattutto d’inverno, specie quando il mare, come in quel pomeriggio aveva i colori cangianti del grigio, del verde, del blu cobalto preludio di tempesta.

Lei amava quell’attesa, quel fremito della natura che si appresta a vivere il temporale. Lo aveva raggiunto.

Si era tolta quelle impossibili scarpe col tacco e, con le calze velate che sollevavano sabbia, gli si avvicinava. Una mano morbida a carezzare la roccia. Una abituata a parlare con le cose sapeva pure che le cose hanno un’anima, ” sentono” e, a modo loro ricambiano. Come quello scoglio potesse ricambiare era un mistero che solo la donna e la roccia avrebbero potuto svelare.

Lei si sedeva e osservava silenziosa il suo mare. Nessuno avrebbe mai potuto mettere in discussione quel possesso momentaneo. Dentro quello sguardo lei beveva il mare e il mare beveva lei. Non era geloso lo scoglio. Sapeva che quando lei era lì, divenivano un pezzo unico: scoglio, lei e il mare. Persino per i gabbiani era parte del paesaggio. Non li disturbava. Li invidiava e ne assorbiva il volo libero.

Aveva il suo umore il mare, o era lei quel pomeriggio che ribolliva di una tempesta a insorgere? Che importava? Osmosi era la parola d’ordine fra loro.

Chissà perché girò lo sguardo… Se ne stava lì, alla sua sinistra, gettato malamente sulla sabbia.

Un blocco di marmo bianco.

Si sentì improvvisamente Michelangelo? Proprio lei che non sapeva neppure tenere uno scalpello in mano?

Quel marmo sulla spiaggia era così strano? Il mare ci lasciava tante cose, restituiva pezzi di umanità che i suoi abissi non volevano conservare. Ma un blocco di marmo non era memoria di fondali. Era ” rifiuto” umano, lì gettato sulla spiaggia.

Decise di osservarlo da vicino. Lasciò il suo empatico sedile e percorse i pochi metri sulla sabbia. Era fredda. I granellini graffiavano le sue calze. Si sarebbero strappate e lei odiava quegli antiestetici segni sulle gambe. Ma ” Parigi val bene una messa”. Era il suo motto, quando doveva a tutti i costi tacitare una rimbrottante coscienza.

Giunse davanti al blocco. Un metro per un metro. Candido. Probabilmente, anzi sicuramente, di Carrara. Sottili venature grigie, impercettibili da lontano.

Chiuse gli occhi e davvero si sentii, come il Maestro. “Perché non parli ?” disse alla muta pietra. Le girò intorno. In basso, semisepolta dalla fredda sabbia una immagine, un bassorilievo a prima vista. Cadde in ginocchio e scavò quella dura spiaggia resa compatta dal vento dell’inverno. Non era un bassorilievo. Era una scultura.

Un’incompiuta che voleva uscire dalla pietra. Un’incompiuta! Quella parola la sferzò come il vento che cominciava a soffiare più gagliardo. Lei si sentiva un’incompiuta. Un’opera a metà che lo scalpellino dell’universo si era divertito a iniziare e mai a completare! Di quante cose si sentiva priva!

E ora lì davanti aveva Galatea che nessuno aveva aiutato a venire fuori. Con un fazzoletto ripulì la scultura dalla sabbia e dalle incrostazioni. Tre quarti di un corpo bellissimo, candido, cesellato alla perfezione. I piedi e metà gambe imprigionati dentro il marmo. Uno slancio smorzato, una libertà intravista, un sogno solo promesso. Bellissima la mia Galatea. Capelli lunghi sciolti in un vento immaginifico reso sul marmo a conferire leggiadria.

Membra morbide, languidamente adagiate sui seni, a rivelare pudore, a nascondere eros che pure fremente faceva capolino da quel ventre impudico offerto all’amore. Perché si era ritrovata a piangere improvvisamente? O era pioggia? O acqua di mare?

Le zaffete di salmastro giungevano fino a lì. Ne era sicura. Il mare rivendicava il dono. Avrebbe custodito per sempre la bellezza della Galatea incompiuta.

Ma il mare sapeva anche della sua incoercibile curiosità e, suo complice, volle esaudirla. Un’onda violenta e improvvisa si abbattè sulla spiaggia, avvolgendo il blocco di marmo. Lei fece in tempo a spostarsi. Negli spruzzi di spuma bianca sollevati dall’urto un film a svolgersi…a consumarsi.

Pigmalione scolpiva freneticamente. Era bello, intenso nello sforzo sovrumano di dare vita alla roccia. Amava quel corpo che conosceva e a cui stava dando forma.

Lei era bellissima. La sua camicia da notte candida aveva lo stesso colore di quel marmo. :- Non ti amo più. Hai soffocato la mia vita, la mia esistenza con la tua smania di possesso. Voglio essere libera. Domani mattina andrò via, parleranno i nostri avvocati-
Era bella anche mentre uccideva la loro storia. ” Come poteva? Per lui era tutto…come quel marmo, come quel marmo…come quel marmo freddo che non urlava più”

Neppure la donna aveva urlato incredula mentre lo scalpello calava su di lei a scolpirne e, per sempre, le forme, la vita, dentro un blocco di marmo bianco.
Pigmalione aveva portato il marmo sulla spiaggia. Un ultimo tocco da scultore dentro il suo cuore. Preciso. Rosso sul marmo bianco.

Il mare lava tutto, lava tutto…

A volte vuole piangere anche lui. Aveva aspettato chi lo facesse al posto suo.

Lei sul suo scoglio guardava l’orizzonte, piangeva per quella ” incompiuta dell’amore”

Foto di Marina Neri

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