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Il buio dell’alzheimer

Avevi sempre quella voce, spezzata, mentre raccontavi.
Di quell’inebriante stagione vissuta, ormai sfiorita, ormai lontana.
Se guardavi indietro, il tumulto era forte, subito attutito di fronte al mutare repentino del presente, che schizzava lacrime di fango e di sangue per ciò che subivi, per quanto soffrivi.
Chiusa, come in una prigione, dolente al rumore del catenaccio, della chiave che girava rapida, della porta che ti separava dal mondo.
Io venivo da te, regolarmente, capace solo e sempre di pensarti nell’inferno della libertà perduta.
Ti portavo ciò che mi chiedevi, poco in verità.
Un libro, una foto, un oggetto che improvvisamente avevi ricordato e che volevi rivedere, tenere con te, in quella stanza amara, priva di ormeggi per volare ancora.
Era più il silenzio tra noi, nel breve momento dell”incontro.
E poi il fiume del passato tornava, ma solo per un instante.
Come accecata dall’impotenza, subito ti ritraevi, schiva, rassegnata.
Dentro di me, un cuore in perenne bufera, schiacciato tra grida trattenute e parole messe a tacere.
Me ne andavo, con la rabbia dolorosa dell’arrivederci, e per non impazzire contavo i giorni e le ore.
Eri tu il mio desiderio, recluso, offeso, perduto.
Un giorno non c’eri ad aspettarmi.
Quel giorno io c’ero ad aspettarti.
Quel giorno in cui invano ti chiamai.
Avevi deciso, senza di me, oltre me, che la vita era spenta, già spenta, dentro quella stanza bianca.

Ma perché non mi hai salutato?

Immagine dal web

Pubblicato inDonne

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