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Il cortile di casa mia

Un palazzetto di una certa imponenza, quello fatto costruire da mio padre, quando io avevo poco più di due anni.
Al piano terra c’era la cartolibreria di cui mio padre era titolare, al primo piano il nostro appartamento. Dai tetti terrazzati si potevano scorgere i campanili e le cupole delle numerose chiese della mia città e il variegato mosaico dei tetti intorno.
L’entrata principale del palazzo dava sulla strada, quella secondaria su di un cortile rettangolare ampio come una piazza di paese. Diverse scale dai gradini in tufo rivestite di piastrelle, su due dei lati del cortile, portavano a piccoli, modesti appartamenti disposti su due piani.
Su un intero lato si estendeva la mia casa e l’altro lato del rettangolo mostrava brandelli di un antico palazzo nobiliare quasi del tutto distrutto dal secondo conflitto mondiale.
Di quella che doveva essere una splendida dimora, rimanevano solo i muri perimetrali qua e là sberciati, con delle orbite vuote al posto delle finestre, qualche davanzale di balcone impreziosito da resti di barbacani scolpiti, in stile barocco pericolosamente penzolanti e qualche frammento di parete interna con tracce di affreschi.
Quelle finestre aperte sul nulla, quelle macerie da anni immobili così come le bombe le avevano disseminate, erano la testimonianza tangibile della devastazione della guerra. La loro vista, su me bambina esercitava un fascino sinistro, fatto di paura, quando nel buio della sera quei muri dalle orbite vuote mi sembravano cupi fantasmi, e di profonda attrazione alla luce del giorno, quando, guardandole dalla mia terrazza, mi perdevo a fantasticare sulle feste sontuose che dovevano essersi svolte in quei saloni nei tempi di massimo splendore.
Quei brandelli di muri, come per magia, si ricomponevano, diventavano meravigliosi saloni splendenti di luci, di ori e cristalli, risuonanti di melodie provenienti dai pianoforti a coda.
Mi sembrava di sentire il cicaleccio delle dame in abiti sontuosi e dei galanti cavalieri mentre danzavano.
Intanto, al piano terra, davanti all’imponente portone del palazzo, servitori in livrea aiutavano Ie nobildonne a scendere dai landeau tirati da pariglie di superbi cavalli dai paramenti di gala.
“Vedevo” le cucine dov’era tutto un fervore di preparativi per i lauti banchetti che avrebbero deliziato le feste dei signori.
Galoppava la mia fervida fantasia, alimentata dalla tante letture che la libreria di famiglia mi forniva e arricchita dai racconti di mia madre che, avendo abitato da ragazza sempre nelle vicinanze di quel palazzo nobiliare, era stata testimone dei fasti e delle fortune del medesimo, molto prima che la guerra lo riducesse in macerie.

Il cortile fu dunque per me la prima fonte cui si abbeverò la mia fervida fantasia, un libro non scritto ma animato da racconti e ricordi di vite lontane, ma anche un teatro di vite reali, perchè molto popolato e vissuto. Era un cortile come tanti altri, ma pieno di vita, con tanti ragazzi sulla mia età, quindi chiassoso, vivace, allegro, E poi era colorato, sia per i gerani che facevano bella mostra di sé tutto l’anno, traboccanti dai davanzali e dai gradini delle scale, ma soprattutto per la carità e il folclore dei suoi abitanti.

Lì la vita aveva una dimensione diversa: quello spazio era un microcosmo di umanità con ritmi, consuetudini e orizzonti propri.
Spesso le donne si chiamavano a gran voce da un uscio all’altro e spettegolavano di una o l’altra vicina o parlavano dei piccoli problemi quotidiani, dei figli, scambiandosi consigli come una piccola società di mutuo soccorso.
Avevano poi l’abitudine, sbrigando le faccende di casa, di cantare a squarciagola, seguendo la musica diffusa dalla radio a tutto volume. Cantavano le canzoni popolari di quegli anni fra il 1950 ed il 1960, facendo a gara nel rubarsi i ritornelli.
Mi divertivo a guardare quella vita che scorreva vivace, varia e protetta fra le case del cortile. Fu per me il palcoscenico del teatro della vita, il primo televisore dal vivo, da cui trasse nutrimento
la mia fervida fantasia dove sperimentai i primi rapporti di amicizia che sono rimasti intatti anche a distanza di decenni.

Passarono gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza, la mia vita si aprì verso spazi più ampi ma una parte di me è rimasta fra quelle mura protette del cortile, fra quella gente semplice, modesta ma ricca di umanità, che lavorava cantando la propria gioia di vivere.

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