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Il Fortullino

Il racconto può nascere anche così. Un luogo, una veduta, una faccia d’altri tempi ed ecco si compone un quadro perché qualcosa è scattato nella memoria.

Allora ti viene la voglia di fare domande. E nasce una storia, piccola ed un po’ romantica.

Ho visto quelle amache stese fra i pini mediterranei, messi lì a disposizione della “clientela”: un invito alla lentezza, a godersi un buon libro, un momento di quiete con lo sciabordio del mare in sottofondo ed un po’ di brezza ad accarezzarti la pelle. E mi sono ricordato di quel “campeggio alternativo” degli anni settanta a Pizzo Calabro, inventato e “gestito” (si fa per dire) dai militanti milanesi di Avanguardia Operaia, un gruppo degli anni settanta. Anche lì amache che circondavano le tende, le mitiche canadesi. E poi, un decennio dopo, a Sofass, su un’insenatura della costa greca con un campeggio che, oltre le amache, ti offriva anche le tende, canadesi o familiari, come in un villaggio ed un’atmosfera goliardica e scherzosa per quarantenni “ottimisti e di sinistra” con un vulcanico psichiatra napoletano che faceva da animatore, una barista superdotata e divertente ed una “gestione” allegra, tanto da far durare quell’esperimento una sola estate.

Il Fortullino è un’altra cosa, naturalmente. Niente improvvisazione, nessun dilettantismo, anzi: una realtà economica che ormai ha trent’anni di storia.

Ma anche qui tutto è iniziato con un sogno, una visione, uno sguardo diverso dal solito.

Quella che oggi è un’area attrezzata per camper e roulotte, piena di verde, alberi e fiori, era una discarica, un insieme di detriti rovesciati in quel tratto di costa durante la costruzione della variante dell’Aurelia.

la discarica

A vederla in un altro modo, a farla diventare un’oasi di verde e pace, piantando alberi e facendo crescere piante e fiori in modo metodico, a spianare con pazienza la terra, a fare crescere il prato è una famiglia della zona, “razza” livornese tosta e caparbia: la madre Carla, la figlia Viola – che allora aveva dieci anni – il padre Andrea, crocchia di capelli bianchi legati all’insù, cappello di paglia portato alla marsigliese, occhio che guarda alla vita contro tutti i divieti dell’età, e Cecilia, ancora nella pancia a quel tempo e che adesso è la “titolare” della struttura, colei che se ne occupa con l’aiuto di Suat, un sorridente albanese, “da sempre” con loro.

il parco

Si arriva al mare percorrendo in discesa il sentiero tra gli altissimi pini e, proprio nella spianata sul mare, amache colorate ad ondeggiare pigramente lì dove l’occhio può perdersi in lontananza… e spingere la mente verso i ricordi o verso le fantasie.

Il mare è impervio: scogli e ciottoli, ma nelle vasche naturali create dalle secche i bambini più piccoli sguazzano mentre i più grandi si cimentano ad arrampicarsi sugli scogli più alti raggiungendo i tratti di spiaggia più isolati e gli anfratti fino ad una piccola grotta attraversata dal mare.

In alto fanno capolino, fra il verde, le ville sontuose ed un po’ démodé dei ricchi degli anni cinquanta e sessanta – imprenditori, cantanti e attori – adesso tristemente vuote, come tanti angoli di questa estate precaria e inedita.

Al Fortullino, invece, si sorride, si costruiscono piccoli chioschi, si progetta di lasciare aperta la struttura ad ottobre ed anche dopo con tendoni e bracieri: si pensa al domani, caparbiamente perché c’è un sogno da portare avanti. Contro tutte le avversità.

E’ un bel messaggio. Ne abbiamo tutti bisogno.

 

 

 

 

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