Salta al contenuto

Il luogo dove nascono le emozioni – L’ODIO

Mi ricordo perfettamente la prima volta che ho odiato qualcuno, intendo dire: odiato veramente.

Avevo forse sei forse sette anni, ma ho ancora chiara davanti a me l’immagine di quel momento. I miei genitori “facevano politica” – si diceva così a quei tempi – e la politica si faceva quando il sole calava. La politica ha da sempre scandito la mia vita. Porto il nome di una terrorista della raf, difficile potesse essere diversamente. Politica è stata la scelta dell’asilo (mensa bambini proletari), politiche le amicizie (mai avuto un amichetto con i genitori di destra), politiche le scelte musicali (la prima canzone che ho imparato è stata La guerra di Piero). La casa dove sono nata e cresciuta era ovviamente un porto aperto. Persone di tutti i colori, religioni, estrazioni sociali, attraversavano la mia infanzia ed io ne respiravo gli odori, le lingue, i suoni. Per me, bambina piccola, era tutto normale – come poteva non esserlo?  ero circondata da bambini che vivevano vite molto simili alla mia.

E’ stata un’infanzia straordinaria e mi ha regalato tanto, ha nutrito il mio cuore e fortificato la mia anima. Ora lo so.
La politica quindi e soprattuto la politica al buio.

Molte sere i miei genitori mi portavano con loro alle riunioni dei disoccupati organizzati a Banchi Nuovi. Chi è di Napoli conosce la zona, per chi non lo fosse, non si tratta proprio un territorio di pace, nè particolarmente straripante di iniziative sociali e culturali. Non a quei tempi. C’era una grande sala a piano terra che dava su un vicolo, su cui affacciavano decine di altre abitazioni. La vita a Napoli si fa per strada. In mezzo alle viuzze strette dove sfrecciano i motorini, tra i banchi di pesce e le botteghe artigiane, tra le statuine di San Gennaro e le signore sedute sulle sedia annanz ‘a port e casa.
Su una parete a sinistra (e certo!) c’era un’enorme bandiera rossa con la faccia di Carl Marx e sotto, appoggiata al muro, una panca di legno. Quante volte mi sono addormentata su quella panca, sotto quello che allora, per me, era il ritratto di Babbo Natale!

Ora sopra il mio letto c’è una gigantografia di Che Guevara. I miei sogni, sono sempre stati ben protetti.

Ero una bambina timida, figlia unica, giocavo spesso da sola. I miei genitori mi spingevano a socializzare con i bambini del quartiere ed io quasi sempre rifiutavo. Quella sera, non so dire se fosse la prima ma sicuramente l’unica che mi ricordo, decisi di dar loro retta e di socializzare. Nel vicolo i bambini giocavano a pallone, erano quasi tutti più grandi di me, anche se di poco e parlavano una lingua che non capivo ma che comunque mi affascinava. Li guardavo in disparte. Li avevo visti decine di volte entrando e uscendo dalla sala e, in un certo modo, era come se li conoscessi. C’era un bambino, capelli scuri, qualche anno più di me, un chiattone con la panza di fuori e i pantaloni al ginocchio, che ogni tanto mi si avvicinava attratto da una nuova presenza, una novità all’interno della vita di quartiere.

Comm te chiamm?” disse. Questo lo avevo capito. Me lo chiese altre due o tre volte e tutte le volte rimasi impassibile. Lo guardavo negli occhi ma non rispondevo. Timidezza, penserete. Una bambina magrolina che gioca fuori casa contro una squadra di scugnizzi. Il problema per me non era trovare il coraggio di rispondere alla domanda, era, piuttosto, trovare la forza di affrontare le conseguenze. Certo, se mi fossi chiamata Anna o Giulia o Francesca, il problema non si sarebbe posto. Avrei risposto con naturalezza alla domanda e il tutto sarebbe scivolato nella più assoluta tranquillità. Nella mia mente già immaginavo le conseguenze di quella semplice, elementare risposta. Avrei potuto mentire, dire il primo nome che mi passava per la mente o osare un nome audace ma comunque comprensibile. Ma poi perchè? Avrebbe potuto scoprire la bugia in qualsiasi momento e questo forse sarebbe stato pure peggio.

Raccolsi tutte le mie forze e, con una sicurezza che adesso mi sembra quasi disarmante, dissi “Verena”.
Il silenzio che ha seguito la mia risposta è dilatato nei miei ricordi, allungato fino a sembrarmi minuti, ore. In realtà saranno passati forse un paio di secondi, il tempo che la sua mente ha impiegato ad elaborare un’informazione che doveva apparirgli incomprensibile.
Comm?
Questo “comm?” è diventato negli anni il mio parametro per valutare l’interesse che il mio interlocutore aveva nei miei confronti. Se davanti al mio nome egli rimaneva impassibile, l’interesse era prossimo allo zero. A sei anni però il mio nome lo percepivo come un peso, un ostacolo tra me e il mondo, la misura della mia diversità e questo lo sopportavo a fatica.

“Te chiamm Venezia!”

Venezia doveva sembrargli un nome più verosimile, possibile. Venezia esisteva. Verena no.
“Venezia, Venezia, Venezia” cominciò a gridare con la cantilena tipica della presa in giro. Io ferma, appoggiata al muro, lui rideva e gridava a pochi metri da me.
Devo aver fatto appello a tutti gli insegnamenti ricevuti fino a quel momento. L’accoglienza, l’accettazione, il dialogo, il confronto. Devo averli invocati ma infine del tutto ignorati.
La lotta di classe, la bomba proletaria che illuminava l’aria, la Germania dell’est che segna al ’74 minuto contro la Germania dell’ovest, la bandiera di Carl Marx. La bambina, la femmina contro il chiattone, il maschio.

Pochi istanti e lui era a terra sconfitto da un attento, preciso e ben piazzato calcio nelle palle.

Quello che è avvenuto dopo è sfocato, annebbiato dalla paura e dalla sorpresa non solo della mia reazione ma, soprattutto, del mio sentimento.

Odio, non rabbia, frustrazione, intolleranza. No, no, proprio odio.

La prima volta, di qualsiasi cosa, è quella che ti rimane impressa, così si dice, così è. Io credo che la prima volta che provi un’emozione (amore, odio, felicità, dolore), anche se nel piccolo cuore di bambina, ti rimane come un marchio stampato a fuoco nella carne. La prima volta ti tiene ancorata a quell’istante, a quella situazione, a quel luogo per sempre o almeno finchè non ci fai i conti.

La prima volta che ho odiato qualcuno avevo sei, sette anni. Ero in un vicolo del centro storico di Napoli e lui, l’odiato, aveva la maglietta corta e la pancia di fuori.

Il posto dove nascono le emozioni la prima volta è il luogo dove affondano le tue radici, è il luogo che chiami casa.

(la foto è di Dare Futuro Onlus)

 

Pubblicato inGenerale

3 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Immagino quante volte hai odiato i tuoi genitori per lo stesso motivo. Il nome è un peso, non solo quando è originale o inconsueto, ma anche perchè spesso comporta un’eredità pesante. Il nome di un condottiero per un bambino, il nome di una famosa eroina per una bambina.
    Io sono convinto, come gli antichi romani, che il “nome è un presagio”; indica una via, un destino. Certamente i tuoi genitori, con romantica leggerezza, ti hanno tracciato una via di alterità, di fierezza e di rivolta, a causa della pesantezza di un nome difficile da “portare” in pubblico.
    Ma sono certo che i tuoi genitori ti volessero proprio così: ribelle, fiera e in grado di farti valere in ogni situazione, anche in mezzo agli scugnizzi di Napoli.

  2. Ernesto Ernesto

    Racconto cinematografico, bello e appassionato. Da farci un film. Pensiamoci!

  3. Rita Maria Orlando Rita Maria Orlando

    Che bello Verena questo tuo nitido ricordo, bel racconto scritto a meraviglia, ero là ad osservarti, piccola, titubante ma decisa. Anche il tuo nome è bello, ne ho dimestichezza. Ne ho conosciute altre nel mio girare spesso in Germania.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *