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Il male

Dal Canto Primo dei “Canti di Maldoror”, di Isidore Ducasse conte di Lautreamont, con commento, tra parentesi, di Batin

Ho fatto un patto con la prostituzione per seminare il disordine nelle famiglie.

(Signora, la prego mi dia qualcosa, ne ho bisogno per mangiare)

Rammento la notte che precorse questo legame pericoloso. Vidi davanti a me una tomba. Udii una lucciola, grande come una casa, che mi disse: «Ti farò lume. Leggi l’iscrizione. Non da me viene quest’ordine supremo».

(E di tutte le sevizie la peggiore, la carezza sul capo reclinato, non più promesse, ma l’ammissione del tradimento compiuto, dissolvenza in nero della strada che ho di fronte, succhiare non è chiedere, ma inabissare)

Una vasta luce color del sangue, al cui cospetto batterono le mie mascelle e le mie braccia caddero inerti, si sparse nell’aria fino all’orizzonte. Mi appoggiai a un muro in rovina, per non rovinare io stesso, e lessi: «Qui giace un adolescente che morì di petto: voi sapete perché. Non pregate per lui».

(Si dice sempre “groviglio di lamiere contorte”, fin dai tempi di Sofocle, eppure a volte è solo il caso di un’equazione fisica che considera tempo, spazio e velocità e qualche altro accidente, per nulla contorta, per nulla ingrovigliata, semplice, nuda)

Forse molti uomini non avrebbero avuto il coraggio ch’ebbi io. Ed ecco che si distese ai miei piedi una bella donna nuda. E io a lei, con volto triste: «Ti puoi rialzare». Le tesi la mano del fratricida che scanna la sorella. La lucciola, a me: «Tu, prendi una pietra e uccidila». «Perché?» le dissi. Lei, a me: «Bada a te, il più debole, ché io sono la più forte. Costei si chiama Prostituzione ».

(E’ possibile, ho sempre pensato che sia possibile la vita su altri pianeti, è una questione di mercato. Un giorno conobbi una ragazza molto bella e sveglia, rossa di capelli, con la figa inghiottiva tutto quello che stava attorno, nessuna cosa sarebbe più uscita da lei, si diceva che fosse stata mandata da qualcuno. La presero di forza e la portarono in Egitto, ora fa l’idrovora sul canale di Suez)

Le lacrime agli occhi, la rabbia nel cuore, sentii nascere in me una forza ignota. Presi una grossa pietra; dopo molti tentativi, la sollevai a stento fino all’altezza del mio petto; la misi sulla spalla con le braccia. Scalai una montagna fino alla vetta: di là, schiacciai la lucciola. La sua testa sprofondò sottoterra a grandezza d’uomo; la pietra rimbalzò alta come sei chiese.

(Conservo sotto le unghie, annerite dal tempo, pezzi della tua pelle, ma davvero eri fatta di questa materia così schifosa? E poi dicono i sentimenti…non indosserò mai più guanti, per esigenze sentimentali, ovvio.)

Andò a ricadere in un lago le cui acque si abbassarono un istante, roteanti, scavando un immenso cono rovesciato. La calma riapparve alla superficie; la luce di sangue non brillò più. «Ahimè! ahimè! – gridò la bella donna nuda; che hai fatto?». Io a lei: «Ti preferisco a quella; perché io ho pietà degli infelici. Non tua è la colpa, se l’eterna giustizia ti ha creata». Lei, a me: «Un giorno, gli uomini mi renderanno giustizia; io non ti dico di più. Lasciami partire, per nascondere in fondo al mare la mia tristezza infinita. Tu e gli orridi mostri che brulicano in questi neri abissi, siete i soli a non disprezzarmi. Tu sei buono. Addio, tu che m’hai amata».

(Per fortuna mi vergogno, perché sono buono, la vergogna mi salva, mi eccita, mi parla, se non ci fosse vergogna nulla avrebbe senso per me, perché sono buono.
Devo andare dalla commercialista, è carina, molto timida, ho sognato per anni di toccarle la figa mentre le premevo le tette snudate contro la fotocopiatrice accesa, che sputava copie su copie delle sue tette, in bianco e nero, ecco, centinaia di tette in bianco nero sono qualcosa che merita il silenzio della vergogna)

Io, a lei: «Addio! Ancora una volta: addio! Sempre ti amerò!… Da oggi, io abbandono la virtù».

nell’immagine: il conte di Lautréamont

Pubblicato inDonne

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