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Il mio pranzo di Natale

CONCORSO LETTERARIO QUESTO NATALE 2020

Regolamento. Al termine della lettura della storia, puoi lasciare il tuo giudizio. Vince la storia che riceve più Like. Il concorso termina il giorno di Natale. Il vincitore sarà proclamato il 26 e riceverà in dono tre libri degli autori del Blog

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So già che quest’anno il mio pranzo di Natale non sarà luminoso come l’anno scorso, e non c’entra né la malinconia perché non si può andare a comprare regali, né perché non si potranno invitare a tavola amici e parenti.
Negli ultimi due anni la luce del pranzo di Natale l’ho vista lavorando insieme con i volontari della Comunità di Sant’Egidio di Padova.
All’inizio non ero sicuro che mi piacesse tanto questa nuova idea di mio papà che, come sempre, salta fuori all’ultimo momento e dice a tutti “Che ne dite se quest’anno passiamo il giorno di Natale in modo diverso?”
Ma io sapevo che aveva già deciso e aspettavo con la mia solita curiosità di conoscere questa novità; immaginavo un giro in montagna, oppure la sorpresa di un’intera giornata trascorsa in un grande parco giochi.
Invece la mattina di Natale di due anni fa, dopo esserci scambiati gli auguri e scartati i regali sotto l’albero, abbiamo preso l’auto diretti ad una chiesa del centro città.
Ho pensato dentro di me che a Natale è giusto andare a Messa, ma quando sono entrato in chiesa ho capito che la situazione era diversa dalle Messe di Natale a cui avevo assistito fino a quel giorno. La chiesa era piena di gente e la maggior parte delle persone sembrava sofferente, non di malattia, ma delle difficoltà della vita.
Sentivo ondate di deodorante e alcuni avevano la testa lucida di brillantina.
Non riuscivo a capire cosa c’entravamo noi con quel posto e cominciavo a preoccuparmi, soprattutto quando, guardandomi in giro, vedevo facce davvero poco raccomandabili.
Alla fine della messa dall’altare vennero impartiti ordini a tutti, e in pochissimo tempo i banchi furono sostituiti da una cinquantina di tavolate con le panchine.
Mio padre guardava divertito il mio stupore e, spostando un banco della chiesa con un altro volontario, fece in tempo a dirmi: “Oggi serviremo il pranzo a chi è sempre solo”.
Provai una grande delusione: sapere che non avrei mangiato il pasticcio della nonna e il pandoro mi urtava parecchio. Le tavole furono apparecchiate in grande velocità, e ad ogni tavola venne assegnata una squadra di camerieri che avrebbero dovuto servire il pranzo agli strani ospiti.
Anche ai miei genitori venne assegnato un tavolo e cominciarono subito a sistemare i cestini con il pane, le posate e i bicchieri. Ma io continuavo a non sapere cosa fare, e c’era qualche altro ragazzino che come me si guardava intorno con aria confusa.
E fu così che ad un certo punto mi reclutarono al reparto regali, perché ognuno dei cinquecento ospiti seduto a tavola avrebbe avuto un regalo personalizzato. Insieme con altri volontari iniziammo a confezionare tutti i doni, uno per uno, mentre aspettavamo che ogni squadra di camerieri ci portasse il foglio con il nome degli ospiti seduti alla loro tavola.
Non mangiai molto, un frutto forse, perché c’era molto da fare e dovevamo finire presto, entro la fine del pranzo. Nella chiesa si sentivano i suoni delle risate e della musica natalizia dagli altoparlanti; ogni tanto sbirciavo e vedevo tante persone, di tante età e nazionalità diverse, che mangiavano tranquillamente.
Alcuni consumarono il pasto con il giubbotto addosso, a testa bassa, per timore che qualcuno portasse via il loro piatto, forse per l’abitudine di stare all’aperto.
Finito il pranzo, dopo il panettone, mi fu chiesto di vestirmi da Babbo Natale e, aiutato da altri, cominciai la distribuzione dei doni, tavolo per tavolo.
Fu un momento indimenticabile; ricordo gli occhi di alcuni anziani che stringevano al petto i guanti ricevuti in regalo, e i bambini di una famiglia di zingari: avevano gli occhi che sembravano sempre più larghi per la gioia del pallone che, perfettamente incartato, avevo dato in mano ad ognuno.
Mentre distribuivo i regali, faticando a volte a pronunciare nomi arabi, indiani, nigeriani, e di non so quali altre parti del mondo, pensavo alla mia stanza, calda, pulita e piena di giochi, molti dei quali inutili o mai toccati.
Mi sono sentito fortunato, e ho provato una grande gioia per aver visto con i miei occhi quanta gente è sola e si accontenterebbe anche solo di una parola per rasserenarsi.
Ho chiesto a mio papà di fare il Babbo natale per il pranzo di Sant’Egidio anche l’anno dopo, e la felicità è stata forse ancora più grande.
Ma quest’anno non si può. Anche se viene Natale ugualmente, per tutte quelle persone, che si sentiranno sole un giorno in più.
Mi piacerebbe portare loro una luce nel buio di questi giorni, un annuncio di speranza rivolto a tutti, come ai pastori nel presepio: «Non abbiate paura: vi porto una buona notizia».
Credo che quest’anno ne abbiano bisogno più che mai proprio quei miei amici del pranzo di Natale di Sant’Egidio: chi è povero e solo, chi è senzatetto, a chi è anziano e si sente isolato, e anche chi magari, per la prima volta nella vita, ha dovuto chiedere aiuto, perché è diventato povero a causa della crisi.
Ho sentito dire che la lotta a questo virus si fa anche con la solidarietà.
Ho deciso che se quest’anno non potrò essere presente al pranzo di Natale di Sant’Egidio troverò un modo per regalare a qualcuno di povero e fragile la gioia del Natale.
Allora ho guardato sul mio computer: regalerò un pranzo, seguendo le istruzioni sul sito della Comunità di Sant’Egidio.
Perché “ogni pranzo donato, ogni regalo, porta un messaggio che fa bene al cuore: non sei solo, non siamo soli”.
Se chi legge vuole fare qualcosa, anche poco, insieme faremo tanto!
www.santegidio.org

nella foto: Tobia Aufiero vestito da babbo Natale distribuisce doni a Natale con la Comunità di Sant’Egidio

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