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Il Natale dimenticato

CONCORSO LETTERARIO QUESTO NATALE 2020

Regolamento. Al termine della lettura della storia, puoi lasciare il tuo giudizio. Vince la storia che riceve più Like. Il concorso termina il giorno di Natale. Il vincitore sarà proclamato il 26 e riceverà in dono tre libri degli autori del Blog

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La sala d’attesa non era affollata quella sera.
Natale era alle porte, tutti erano per strada a guardare le luci dei pochi negozi illuminati a festa, c’era chi si attardava dal macellaio o dal pescivendolo. I fruttivendoli pulivano le verdure per il cenone di Natale e ammucchiavano fuori dall’uscio delle gran cataste di foglie e radici, c’erano i tradizionali “broccoli di Natale” da sempre voluminosi e dei quali si mangiavano poche cime e poi un tripudio di olive, papacelle, giardiniera dall’intensissimo profumo di aceto. Restavi senza fiato e strizzavi gli occhi quando soltanto passavi davanti ai grandi contenitori, protetti alla buona, per i vapori dell’aceto.
C’era chi si tratteneva davanti alle pescherie che mettevano, fuori dal negozio, enormi vasche in cui nuotavano ignare anguille e capitoni che sarebbero finiti sulle tavole di molti per rispettare una tradizione che si presentava puntuale ogni anno.
Le luci e gli addobbi erano pochi ma nell’aria si sentiva profumo di festa.
E poi c’erano i bambini, finalmente liberi di scorrazzare per strada, per i quali si era aperto il grande intervallo delle vacanze scolastiche tanto attese che sembravano durare un’eternità.
C’era una felicità palpabile, quella che sapeva di poco ma odorava di buono.
Di cose semplici, di cose che non ci sono più.
Ero in una fredda sala d’attesa, non stavo bene, avevo manifestato un malessere che non ero riuscita a spiegare a parole e avevo fatto preoccupare mia mamma al punto da portarmi dal medico.
Io non mi ammalavo mai e ne ero persino dispiaciuta. Quanto avrei voluto far un giorno o anche più di assenza a scuola. A 12 anni era per me la trasgressione più desiderata, la invocavo quasi a preghiera.
Mia mamma si era davvero preoccupata, non ricordo nemmeno cosa le dissi. Ricordo perfettamente però cosa accadde dopo.
Sentivo il freddo penetrarmi nelle ossa, scavavo dentro alla ricerca di parole da dire che fossero quelle adatte a far capire il mio stato al mio interlocutore. Mi rimangiavo continuamente le frasi costruite pensando che non fossero adeguate e ad ogni tentativo di trovarne di nuove, ne uscivo sopraffatta.
L’attesa lunga avrebbe favorito questa ricerca, invece mi ritrovai davanti alla porta in men che non si dica, con una voce che dall’interno tuonava un imperioso “Avanti!”
Mia mamma più intimidita di me spiegò brevemente che non mi “vedeva” bene, che aveva percepito qualcosa ma non di fisico, che non riusciva proprio a decifrare e che io non sapevo spiegare. Sconsolata e preoccupata implorò aiuto al medico con uno sguardo.
Devo dire che se c’è una cosa che non mi ha mai fatto difetto è stato l’assurdo mutismo ed ermetismo in cui mi rinchiudevo da bambina. E la situazione era nettamente peggiorata con l’adolescenza per poi proseguire fino all’età adulta. Ricordo solo che leggevo tantissimo e ad ogni scoperta mi sembrava che cadessero veli.
Farfugliai alcune frasi, me le ricordo ancora. Il medico, un uomo né giovane né vecchio di cui avevo grande soggezione, mi ascoltò e sbarrò gli occhi. Mi fece sedere, perché nella foga del mio dire ero ancora in piedi e chiese di ripetere con calma e io lo feci.
“Perché ci sono bambini che non hanno niente e devono accontentarsi? Perché esiste la ricchezza che rende tanto infelice chi è povero? Perché a Natale non possiamo essere tutti uguali? Perché ci sono bambini ai quali la Befana (allora era così) non porta mai ciò che desiderano?”
Vomitai tutto quello che avevo dentro e faceva male proprio come un fiotto denso spinto da una forza interna.
Mi era bastato vedere un pomeriggio una vetrina con dei giocattoli e all’improvviso dentro di me si era rotto qualcosa ma non sapevo cosa. Non ne ero pienamente consapevole.
Raccontai l’episodio al medico che continuava a guardarmi e a non rispondere.
Non ricordo cosa mi disse. Forse nulla che meriti di essere ricordato. Ricordo invece che avrei voluto urlare, io che non parlavo mai. Avrei voluto che quel gesto, quell’urlo liberatorio, si portasse via tutte le ingiustizie del mondo.
Soprattutto perché sentivo che a Natale queste avevano un sapore molto più amaro.
Capii qualche anno dopo, un po’ di anni dopo e non biasimo quel medico per aver avuto paura di dirmi la verità. In fondo, non era nemmeno compito suo.
L’infanzia era definitivamente tramontata.
Non che me lo dovesse dire un medico. Non lo fece, non si sforzò nemmeno di trovare parole che forse meritavo, perché un po’ di quell’angoscia che avevo dentro sarebbe stata alleggerita.
I miei capirono ma, come tutti gli adulti, non pensarono mai di avermi fatto un torto a non parlarne. Erano tempi in cui tante cose venivano taciute, per l’educazione rigida o dai tabù. Ora lo capisco, ora che invece so quanto le parole possono alleggerire quella sofferenza che mi prese a ridosso di quel Natale.
L’infanzia finì in quella fredda sera di dicembre. Ma Natale e la sua magia si sono ripetuti per moltissimi anni. Ho ripercorso i ricordi e ritrovato tutte le cose infinitamente belle che mi sono accadute. Ho avuto le mie giornate felici e dei Natali di tristezza infinita, come il primo senza la mia mamma, vent’anni fa.
E ora che si appresta ad arrivare un altro Natale diverso per tutti noi, voglio credere alla magia, ora che conosco bene il valore di ciò che conta davvero.
L’infanzia finì quella fredda sera di dicembre e cedette il passo alla vita che faceva il suo percorso, non posso che essere grata per aver avuto tanta vita e tante opportunità. Le ingiustizie sono ancora lì, in questo strano Natale stridono ancora di più ma sono certa di vedere da qualche parte quell’inquieta adolescente che mi strizza l’occhio e mi indica la strada.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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