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Il pane del primo maggio

È una bella festa quella del primo maggio, anzi giusta.
È meritata questa festa, anche se dura un giorno e poi viene dimenticata.
Dura un giorno la ricorrenza, ma 360 giorni all’anno la fatica…
Sebbene faccia girare il mondo, un mestiere non serve quasi più a rendere felici, fieri.
Quasi quasi è un dispetto quel restare legati, affezionati a ciò che si è imparato con sollecitudine. Spazzato via dall’incertezza, dalla paura di non riuscire, di non resistere, dalle novità stringenti, veloci, inventate una notte e dichiarate come grandi idee la mattina successiva.
Quando prendevo in mano il mio arnese, un tempo, sapevo che era pane, che era tempo libero, che era gioia.
Ora lo tocco e temo che me lo tolgano, che me lo portino via, che non vada più bene, che dovrò comprarne un altro e un altro ancora…
Tengo duro, perché non ho scelta.
È sempre pane il lavoro, sebbene rancido, ammuffito, e anche se non emana più il profumo croccante della farina.
È sempre pane che mi nutre, poco però. Nutre poco il mio corpo, e il mio spirito.
Devo imparare di nuovo, inventarmi da capo.
Quel pezzo di carta, che mi fece piangere di soddisfazione, non vale quasi piu niente.
Continuo a pianificare il mio domani, per non arrendermi a chi mi vorrebbe incapace, sempre più povero e in sua balia.
Ci ho creduto alla “favola bella” per la quale lavorare è onore, dignità, tutela e promozione delle capacità e dell’individualità della persona.
Ci ho creduto sino a quando ho visto tanti uguali a me, che si muovono nello stesso modo, a stento, sesta sosta.
Sarei stanco.
Ogni giorno ancora mi presento ai clienti, rassicurante.
Ma nel cuore mi manca la felicità del rendermi utile, perché non mi sento più necessario.
Eppure resisto.
Perché il mio lavoro è sempre pane, anche se meno buono, meno profumato.

Immagine tratta dal web.

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