Salta al contenuto

“Il pazzo”

 

La sua pazzia era una finta, una lucida protesta contro un sistema politico che lo aveva condannato a fingersi pazzo per non soccombere.

Negli anni 40 non era semplice essere giornalista di sinistra, antifascista e con un fratello federale del fascio.

Lui ci si trovò in quella situazione estrema e scelse di viverla fino in fondo con consapevolezza.

Il Duce imperava e imperversava nelle piazze, dai balconi degli edifici pubblici, imponeva le sue assurde teorie di razza e straparlava di imperi lontani senza mettere in conto quanti uomini servissero per realizzare i suoi sogni macabri.

Anche a Messina toccò la triste visita del “Puzzone” e quando si profilò la sua figura tozza al balcone del bellissimo palazzo del governo, la folla che riempiva la piazza si sfogò in urla osannanti; le donne lo acclamarono come il salvatore della patria, colui che era riuscito a farle “figliare” come mucche per assicurare carne fresca da mandare al fronte e gli uomini, quelli fascisti, si bevevano le parole come fossero verbo, abbagliati e ipnotizzati da quel ridicolo ometto in posa da “vaso a due manici”.

Parlava e parlava il fascista Magnum e si infervorava a decantare vittorie inesistenti e battaglie mai combattute, mentre al fronte, i soldati morivano come mosche senza che la stampa ne parlasse; ma Salvatore era un giornalista libero, era antifascista e sapeva fare il suo mestiere e quel giorno decise che la verità andava detta a tutti, ad ogni costo.

Si procurò un tavolino al bar che stava all’angolo del palazzo, lo piazzò in un posto strategico, ci montò su e rubò la scena all’oratore in camicia nera.

Lo stupore paralizzò gli spettatori vicini e lui riuscì a inveire con tutta la forza che la rabbia repressa gli consentiva.

Lo chiamò “scarafaggio” e poi gli sciorinò tutte le bugie che conosceva, dal suo pulpito improvvisato cercò, disperatamente, di scuotere quella folla fanatica che già lo minacciava, tentò di continuare urlando, mentre già le mani di tanti lo afferravano e lottò per non farsi travolgere da quella massa asservita.

Lo salvò suo fratello, il federale che coraggiosamente(?) si buttò a fargli da scudo con i suoi uomini .

Lo salvò anche dal carcere e forse da una punizione maggiore ma gli fece pagare un prezzo altissimo: lo dichiarò pazzo e lo fece finire in manicomio.

Solo dopo l’ armistizio Salvatore ne uscì, ma i segni del suo internamento avevano lasciato un uomo provato, fragile, disilluso.

Si rifugiò nella sua casetta e per chi non conosceva la sua storia, diventò il ” pazzo”.

Una volta ero con mio padre e passandogli davanti vidi che lo salutava togliendosi il cappello.

Gli chiesi perché lo facesse e lui mi rispose, con quella serietà che assumeva quando, anche se bambina, mi trattava da adulta: “Lui merita il mio rispetto più di tanti altri” e quando, a casa lo assillai di domande, mi raccontò tutta la storia, perché era in quella piazza e aveva visto tutto.

nell’immagine: l’ex Manicomio di Volterra, foto di Nicola Gronchi

 

122
Published inGenerale