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Il piatto di mammà

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi ho preparato un dolce fatto in casa.

Tutto questo tempo a disposizione mette in moto la fantasia e serve per abbattere noia ed apatia sempre in agguato.
Nulla di elaborato però, un dolce molto semplice che fa parte della tradizione campana, di una tradizione semplice. E per semplice intendo quella di quando un tempo tutto veniva realizzato in casa, partendo da materie prime poco costose e facilmente reperibili. I dolci di un tempo che, oltre a deliziare il palato facevano sentire ricco anche chi non lo era.

Oggi è tutto cambiato, non si fanno quasi più dolci in casa, questa faticosa abitudine è ormai caduta in disuso, sostituita dalla praticità di una pasticceria sempre più elaborata e raffinata che si può acquistare già pronta in ogni dove.

Anni fa si faceva un po’ di tutto in casa, anche i dolci. Le famiglie cominciavano a venire fuori da tempi bui, quelli del dopoguerra. Finalmente la maggior parte di loro poteva dirsi fuori da miseria e privazioni che a vari livelli aveva toccato un po’ tutti per affacciarsi timidamente in quelli che furono gli anni del boom economico. Anni che io non conosco ma di cui conservo memoria grazie ai racconti di chi li ha attraversati.

Un tuffo nel passato e nelle domeniche casalinghe dei primi anni ’60 in cui protagonista della ricetta erano le gallette, un biscotto secco e anonimo che evocava il cibo dei marinai e dei soldati americani che, una volta inzuppato in uno sciroppo liquoroso, veniva guarnito con la crema al limone. Era un dolce povero alla cui preparazione potevano collaborare anche i bambini, per la loro felicità. Infatti, i bambini, sotto la supervisione di un adulto, avevano il compito di fare gli strati con i biscotti appena inzuppati in uno sciroppo fatto con acqua zucchero e liquore e poi l’adulto finiva la preparazione stendendovi sopra uno strato di crema.
Un dolce, quindi, lontano anni luce dalle ricche ed elaborate preparazioni dolciarie a cui il benessere ci ha assuefatto, un dolce però che non ho dimenticato e che, saltuariamente, preparo ancora in casa. E ogni volta che lo preparo non risparmio i particolari che riguardano la mia infanzia.

A casa mia tutto partiva da un piatto.

Quel piatto.

Mia mamma possedeva un piatto da dolce, uno di quelli con i ghirigori, una scena campestre e il bordo di oro zecchino che veniva gelosamente custodito nel mobile alto. Non lo si vedeva mai in giro, non veniva usato spesso. Quando però compariva sul tavolo era il momento in cui la fantasia lasciava posto alla realtà e tutto diventava possibile. Ricordo benissimo la felicità, quella sensazione di gioia incontenibile nel poter finire il pranzo della domenica con una fetta di quel dolce, della gioia che mi procurava e della eccitazione per poter partecipare alla preparazione e dell’attesa del momento finale, quello in cui mamma aveva finito di versare l’ultimo cucchiaio di crema e, finalmente, “mollava” il pentolino in cui aveva cotto la crema e ci concedeva di poterlo ripulire con il cucchiaio.

Ricordo benissimo la gara che si scatenava a colpi di cucchiai scintillanti come affilate spade, quando ci si lanciava verso la conquista dell’ambito premio. Io e le mie sorelle eravamo capaci di ripulire il pentolino così bene, da renderlo così lucido che sembrava non ci fosse più bisogno di essere lavato. Anche l’ultima crosta di crema asciugata sul bordo veniva tirata via per la nostra soddisfazione. Che sensazione di appagamento lasciava quella semplice operazione, quanta gioia per un gesto così banale, per quell’attesa così agognata, quanta gratitudine per quella promessa rispettata.

E poi c’era il vermouth, la sensazione di ebbrezza che davano poche gocce di liquore e l’orgoglio per averne potuto assaggiare un po’, potersi sentire finalmente grande per una manciata di secondi.

Chi mi ascolta conosce benissimo questa storia che ripeto ogni volta eppure ugualmente non si sottrae all’ascolto perché ha intuito quanto faccia più bene a me che a loro poter recuperare la memoria della mia infanzia. Per un po’ di ore riesco a tornare bambina come quando tutto era semplice e avvertivo la presenza dei miei genitori, c’era la certezza di “quel grande” che avrebbe affrontato i problemi per te. Riesco a restare immersa in un tempo lontano che semplici odori e sapori mi fanno ritrovare nella mia memoria più prossima.

La mia memoria, sopita e risvegliata in un’amara domenica di fine marzo in cui il mondo è fermo, sospeso in un momento buio, forse il più buio dai tempi della guerra.

Io non possiedo quel piatto, certo ne ho tanti, anche di più belli, che servono allo stesso scopo ma la felicità di questa giornata che finisce vorrei ritrovarla nello sguardo di quella bambina sognante e di quella magia.

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