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Il Platini ch’era in me

E ho avuto un flash. Come se i ricordi fossero libri letti anni tanti anni fa e messi nel posto più alto della libreria, perché non siano d’intralcio alle nuove letture, ed improvviso, per un motivo qualsiasi, uno di quei libri ti cadesse in testa.

Era estate e faceva molto caldo, come adesso, credo fosse il 1982, avevo 12 anni ed ero galvanizzato dai mondiali appena terminati. Come tutti giocavo anch’io a calcio quasi ogni giorno nel campetto del prete. Ci si trovava in numero vario, a volte quattro gatti, a volte molto numerosi, ma mai in 22, d’altra parte il campetto era ridotto rispetto ad campo normale, più da calcetto che da calcio.

Confesso che io ero pieno di entusiasmo, ma non avevo ancora molto chiare le regole del calcio e sopratutto non avevo un grandissimo controllo del pallone. Solitamente i due più anziani e svegli del gruppo si “giocavano” le squadre a bim bum bam, con le mani. chi vinceva sceglieva i propri compagni. Io ero sempre tra gli ultimi ad essere scelto, anzi no, a dire il vero io ero l’ultimo, sempre. Quella giornata molto calda dell’82 erano circa le 15 del pomeriggio, i due leader, due del paesello che avevano già il PX 125 e stravincevano con le ragazze, si misero uno di fronte all’altro, al centro del campetto e bim bum bam. Vinse quello dai capelli ricci contro quello dai capelli rossi. Il riccio fece le sua scelte, poi tocco’ al rosso, poi al riccio, poi al rosso e così via, tutti vennnero presi, tranne me. I due parlottarono e il rosso mi guardò. C’era nel gruppo uno straniero, uno che proveniva da Borgo San Zeno, ben 3 km dal Frassine, arrivato con un Garelli truccato e con l’adesivo con la scritta “Lemon” sulla sella lunga non originale. Lo straniero era stato scelto dal riccio e chiese ad un suo compagno di squadra perché si facessero tanti problemi per me.

L’amico gli disse che io ero uno che faceva goal nella propria porta. Io lo guardai sprezzante, sapendo che la mia giocata di quel giorno gli avrebbe fatto rimangiare le parole. Intanto il rosso e il riccio quasi litigavano per me, il riccio suggerì al rosso “vabbè, lo tieni come riserva”, ma il rosso con 5 uomini per squadra in campo non se la sentiva di giocare in minoranza numerica. Venni quindi preso con la squadra del rosso, ero molto orgoglioso di stare col rosso. Mi spiegò, il rosso, che io se mai avessi toccato palla la dovevo buttare lontano, lontanissimo e coi piedi, non con le mani. Mi parve un suggerimento al ribasso, era evidente che non mi voleva affidare grosse responsabilità Fui messo in difesa, tutti i meno abili nel gioco del calcio vengono messi in difesa, per confondere l’avversario. Lo sapevo, ma dentro di me cresceva la voglia di rivincita.

Quel giorno tutti quei giocatori avrebbero cambiato idea su di me, era arrivato il tempo del mio riscatto. La squadra del riccio non perse tempo a metterci in difficoltà, subito ci costrinse per buoni 10 minuti nella nostra metà campo, ci fu anche una ressa in area, dalla quale però io mi tenni ben lontano, ad un certo punto proprio il riccio sferrò un tiro micidiale, fuori di poco, ma il portiere lo tocco’. Calcio d’angolo. Il portiere mi prese per le spalle e mi spostò come si sposta un cartellone stradale, mi mise davanti al palo della porta verso il calcio d’angolo e mi disse di non muovermi mai da lì. Il calcio d’angolo fu tirato, la palla fece una parabola in area, io ero sempre fisso vicino al palo della porta, ci su una serie di rimpalli.

Decisi che dovevo spostarmi per dare il mio contributo, mi mossi verso il centro dell’area, nel frattempo la squadra avversaria ridiscendeva verso la nostra porta e crossò in area. Vidi il pallone arrivare, sembrava avesse scritto il mio indirizzo tra i pentagoni di cuoio, era proprio per me, non ci volevo credere, quella palla era mia, mia era la responsabilità di giocarla. Mi preparai dritto dritto, guardai la palla arrivare in parabola, non c’era lo spazio per farla atterrare, quindi la giocai di testa. Il pallone come un messaggio di Apollo atterrò sul mio cranio, ed io, in elevazione, lo colpii perfettamente, di lato, a sinistra, verso la mia porta. Fu goal.

Il portiere mi rincorse fino alla porta della sagrestia, dal campetto udii, chiare e scandite, delle invocazioni religiose piuttosto audaci, mentre tentavo di fuggire dal portiere, che me voleva menare, vidi il rosso darsi dei pugni sulla testa. Ma il riccio, che era buono e sopratutto della squadra a cui io avevo appena regalato un goal, gli disse di lasciar perdere, che la partita era appena iniziata. Il rosso lo guardò sfidando il sole cocente e gli rispose: “appunto, siamo solo all’inizio e ce ne ha già fatto uno”.

Perdemmo 10 a 2, ma io non feci più goal ed in paio di occasioni fui pure utile per evitare il 10 a 4.

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1 commento

  1. Monica Monica

    Ciao Franco,secondo me,inconsapevolmente, volevi vendicarti del fatto che eri sempre l ultima scelta e ti dirò:hai fatto benissimo!!!!🤣🤣🤣

    È sempre un piacere leggerti:)

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