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Il regalo di nozze

 

Roma, 1977

Laureato da un anno, frequentavo il reparto di Ortopedia e Traumatologia di un grande ospedale romano come volontario, essendomi iscritto alla scuola di specializzazione in Ortopedia alla Sapienza. Il massimo che era consentito a me e ai miei due colleghi specializzandi era di vestirsi in sala operatoria per assistere da vicino agli interventi e aiutare nell’attività ambulatoriale i colleghi di ruolo. Oltre naturalmente a tutta la noiosa burocrazia, cartelle cliniche in primis…

Avevo 25 anni ed ero, almeno fra i medici, ultimo fra gli ultimi. Normale quindi che quando Salvatore, il figlio maggiore del professore, convolò a nozze, fossi il prescelto per consegnare il regalo del reparto a casa del Primario.

Era stata fatta una colletta fra tutti i medici, esclusi gli aiuti anziani che avevano provveduto per conto loro. Onestamente non ricordo affatto in cosa consistesse il dono; era sicuramente un oggetto abbastanza voluminoso, probabilmente un vaso di peltro o qualcosa di simile. Sta di fatto che fui costretto a portarlo con la mia auto (una Volkswagen maggiolino color grigio topo degli anni 60, comprata usatissima da un amico di famiglia dei miei). In quel periodo giravo in moto, dato che il traffico di Roma era già sostenuto, ma il pacco era intrasportabile con le due ruote.

Il professore con la famiglia abitava in zona Corso Trieste, a un passo dal quartiere Coppedè. Dopo qualche difficoltà nel trovare parcheggio, suonai al citofono di un elegante villino in stile liberty. Mi fu aperto da un domestico filippino, che, scorgendo il mio volto dietro il pacco, chiamò a voce alta: «Signora, un altro regalo!»

Apparve una donna imponente, bionda e molto truccata, che, senza una parola, prese il pacco dalle mie mani, aprì la busta con il biglietto firmato da tutti i medici, lo lesse e subito si allontanò con il pacco in mano dicendo al filippino: «Date qualcosa a ‘sto ragazzo», indicandomi con il mento. Fu uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita. Ricordo che fui sul punto di accettare la mancia, in fondo non giravano molti soldi all’epoca; ma poi l’orgoglio prevalse. «Grazie, no. Non posso accettare. Sono un medico del reparto», dissi sorridendo mestamente al domestico.

Poi imboccai di corsa le scale.

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