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Il ricordo della quarantena

Mi piace pensare che uno dei tanti ricordi che avrò alla fine della quarantena sarà l’appuntamento in giardino con i vicini di casa. No, non tutti insieme nello stesso!
Abito in un quartiere abbastanza nuovo del mio paese, composto da case bifamiliari, case autonome e palazzine di appartamenti. Tutti edifici vicini tra di loro, nuovi, alcuni in stile futuristico oserei dire. E colorati. Quattro strade formano un quadrato e ospitano uno spoglio parchetto all’interno. “E’ il quartiere che sta giusto dietro la trattoria”, devo specificare quando do indicazioni, perché spesso anche i navigatori satellitari non lo rilevano. Un quartiere tranquillo, in particolare lungo la via dove abito io. Un quartiere giovane di famiglie appena nate, con figli piccoli, ma anche più grandicelli, coppie e qualche single. Le case, disposte a schiera, sono divise da recinzioni che non impediscono di vedere nel giardino del vicini. Qualcuno ha una siepe, ma anche questa non separa completamente le abitazioni.
Tra vicini ci conosciamo tutti, chi più chi meno, per vari motivi: vecchie amicizie in comune, i bimbi della stessa età… una conoscenza “base”, la definirei: nome, età, lavoro, di qualcuno si intuisce anche l’hobby, ma solo perché è troppo evidente. Diciamo che sappiamo quel che c’è da sapere. Tutte queste informazioni base ce le siamo dette scambiando qualche battuta di tanto in tanto uscendo di casa o rientrando da lavoro, portando fuori la spazzatura. Abbiamo anche un gruppo Whatsapp di quartiere che utilizziamo principalmente solo per gli auguri di Natale, Capodanno e Pasqua. Una cosa che mi è sempre sembrata insufficiente…
Ma la quarantena ci sta dando una seconda possibilità.
Siamo ancora nel pieno dell’emergenza, il picco è questa settimana, l’Italia non ripartirà nemmeno dopo Pasqua, ma nell’aria la tensione sembra calata. I contagi stanno diminuendo, gli ospedali sono meno affollati, i guariti in aumento. Il peggio è passato ad altri, all’Europa.
In questi giorni mi chiedo spesso quale sarà il ricordo più forte della quarantena che mi porterò appresso.
Sicuramente la quarantena stessa sarà IL ricordo, un evento che non mi era mai capitato di vivere, se non di un altro genere, cioè nel post delle mie gravidanze: 40 giorni di scombussolamento tra gioie, pianti, preoccupazioni, nervosismi e scoperte.
Ma in effetti è quello che più o meno sto rivivendo anche adesso.
Io faccio parte, tra l’altro, delle persone che hanno sostato a Vo’ Euganeo, uno dei due primi focolai che hanno dato il via ai casi di Covid 19 in Italia. E se la mia sosta era stata talmente insignificante da darmi la serenità e l’ottimismo di non poter essere stata contagiata, la prima vittima, i successivi contagi, l’isolamento della città, mi lasciavano col fiato sospeso. Facevo il countdown dei famosi 14 giorni dopo dei quali mi sarei ritenuta fuori pericolo. Come tanti, anch’io mi facevo beffe del virus ritenendo che al mondo ci sono guerre, disuguaglianze, femminicidi, bambini che muoiono di freddo…cose ben più gravi dell’influenza.
Finché l’invisibile virus arriva anche a pochi chilometri da me, per darsi un volto tra le persone che conosco. E realizzo così che tutti siamo mine vaganti e il mondo intero è coinvolto.
Pandemia.
Giorni di smarrimento, in cui mi sento impotente davanti a questa malattia che “non dovrebbe essere letale per gli occidentali”, che si sconfigge restando a casa. Ma a casa non tutti possono starci.
Giorni di paura del contagio, delle conseguenze imprevedibili: il virus sembrava fosse mortale “solo” per gli anziani, invece anche i giovani sono vittime. Terrore nei giorni che “i contagi non si fermano”, raddoppiano e le città vengono isolate. I morti sono un numero, diviso per giorno e per regione. E quindi rabbia e poi tristezza quando ricevo l’ennesimo bollettino di guerra dai vari gruppi Whatsapp.
Giorni di pianti davanti al tg, vedendo i medici lottare contro il tempo, stremati e impauriti, ma sempre lì. E come loro gli infermieri, gli Oss, l’Esercito, le Forze dell’ordine.
Prego.
Giorni di tensione sperando di sentire dire finalmente che è finito tutto, come per miracolo il virus è sparito, debellato, sconfitto. I bambini disegnano entusiasti gli arcobaleni, loro sono puri e innocenti, non hanno bisogno di convincersi che #andratuttobene, il nuovo motto degli italiani. Ma io credo sia il motto solo di chi ce la farà, chi sarà fortunato, chi sarà responsabile.
Giorni di flashmob, i balconi sono diventati la nuova piazza degli italiani, pulpito da cui cantare inni di speranza e resilienza. Le nostre canzoni italiane, le nostre poesie.
Giorni da riempire con tante cose da fare: smartworking, giochi in famiglia, ricette nuove, recupero di amicizie sospese o addirittura perdute, compiti con i figli, tempo da dedicare a noi stessi per riflettere sulla nostra esistenza… sensi di colpa gustando la cenetta che abbiamo preparato perché nello stesso istante in cui noi stiamo scegliendo il vino da abbinare c’è chi non ha scelta.
Giorni di nostalgia quando vedo mia madre in videochiamata che in divano davanti alla tv è illuminata da quella luce che avevo dimenticato: la luce gialla e soffusa accesa nel sottoscala che illuminava anche me quando guardavo le fiction accanto a lei. Tanto tempo fa.
E intanto la Primavera trionfa sui nostri pensieri grigi, quasi che voglia farci dimenticare ciò che stiamo vivendo. Perché per me è così, al punto da temere che nonostante tutto non cambierà niente, che la routine tornerà troppo presto e senza accorgercene saremo gli stessi.
Ma in quartiere, no.
Perché essendo obbligati a restare a casa, in questi giorni usciamo di più. In giardino, appunto.
Abbiamo un appuntamento fisso: ogni pomeriggio scendiamo tutti nel proprio cortile e passiamo un po’ di tempo insieme chiacchierando, giocando con i bambini; beviamo una birra, un bicchiere di vino e con l’occasione ci conosciamo. Parliamo di questa situazione, i mariti fanno battute sulle mogli, le mogli sgridano i mariti, raccontiamo tutto ciò che ci viene in mente. Così ho scoperto che la mia dirimpettaia è nata il mio stesso giorno, mese, anno…Separate dalla nascita insomma! Una coppia aspetta il loro primo figlio; con alcuni si è deciso di fare la spesa online assieme; con una ragazza è nata una simpatia e ci sentiamo addirittura quando siamo dentro casa. E poi non avrei mai immaginato che tizio fosse così simpatico, mentre sua moglie una persona così semplice. Probabilmente non l’avrei mai scoperto. I bambini nati sarebbero stati una meravigliosa sorpresa, e nessuno avrebbe mai saputo che due torte di compleanno vengono mangiate ogni anno lo stesso giorno a pochi metri di distanza.
Ma soprattutto non saremmo diventati così, veramente, vicini.
Perché sarà un ricordo speciale? Perché è segno di cambiamento vero, concreto.
Non so se cucinerò ancora così spesso la torta per colazione o se chiamerò ancora l’amico che non sento mai e non so nemmeno se tra vicini ci parleremo ancora così spesso in futuro, ma sicuramente il giorno del mio compleanno suonerò alla porta di fronte e farò gli auguri alla mia vicina.

 

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