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Il sesto tuffo

 

Mi alzo dal letto. È una fresca mattina di primavera e ho in programma una lunga passeggiata sul lungomare. Mi sono trasferita qui tre anni fa. Ho comprato un piccolo appartamento che si affaccia sul golfo. Mi guardo intorno e mi viene da ridere…libri sparsi ovunque, una montagna di vestiti sopra una sedia, il lampadario rotto da una settimana. Questa sono io. Adesso. Ma non è sempre stato così.
Ho trascorso anni difficili e faticosi. Avevo pochi amici, quei pochi che riuscivano a sopportare il mio carattere chiuso e scontroso. Mi dicevano che ero “pesante”. E probabilmente era vero. Inseguivo la perfezione, pretendevo sempre il massimo in ogni mio gesto e in ogni momento della mia vita. E quella vita, intanto, scorreva via. Non ammettevo scivoloni e il minimo sbaglio mi distruggeva. Ero l’unico concorrente di una lunga maratona che correvo con la massima concentrazione, puntando dritto al traguardo. Una gara contro me stessa, tanto sfiancante quanto inutile. Collezionavo successi, ma non ridevo mai. Mi chiedevo il perché, ma non trovavo una risposta. Sentivo soltanto una grande stanchezza. E un vuoto dentro. Ma andavo avanti. Io ero il pittore e la mia vita il mio dipinto. Non erano permesse sbavature.
Fino al 13 maggio del 2017.
Ho sempre amato i tuffi. Non mi sarei persa l’ultima gara di Tania Cagnotto per niente al mondo. Si era avvicinata al trampolino e avevo sentito un brivido sulla pelle. I suoi cinque tuffi da un metro erano stati spettacolari. La flessione del corpo, la perfezione delle linee e l’ingresso in acqua silenzioso e pulito. Aveva vinto i Campionati italiani assoluti. La competizione era finita, adesso Tania avrebbe salutato il suo pubblico con l’ultimo tuffo della sua carriera. L’avevo guardata piena di ammirazione. I passi, i salti alti e precisi, i muscoli tesi, il volo composto in una figura impeccabile. E la conclusione… l’entrata in acqua … a bomba! In quel momento qualcosa si è rotto dentro di me. Mentre applaudivo entusiasta sulle tribune dello stadio, ho cominciato a piangere. Un tuffo a bomba… Un grande campione lo sa. C’è un tempo per tutto, anche per la leggerezza. L’avrei imparato anch’io.
Non è stato facile, ma da quel giorno, un po’ per volta, ho cominciato a vivere. Ho imparato a perdonare i miei errori e mi sono presa meno sul serio. Ho scoperto che l’imperfezione si porta dentro la nostra parte più bella. Quella umana. E finalmente ho imparato a sorridere.

(Foto dal web)

Pubblicato inGenerale

2 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Penso che la buona letteratura abbia la caratteristica di far pensare al lettore che in quella pagina, in quel passaggio, in quella descrizione, in quel frammento l’Autore parli di lui, proprio di lui. L’Universale che si fa soggettività, particolare specifico, nome proprio. In questa tua storia, che trovo autentica – e non mi chiedo se sia davvero autobiografica – scorgo quella caratteristica che fa di uno scritto una lettera memorabile. Complimenti

  2. Alessandra Vasconi Alessandra Vasconi

    Grazie Pierluigi!

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