Salta al contenuto

Il tagliere di legno

– Glielo manda mia nonna-
– E perché lo dona a me? –
– Perché lei lo conserverà. Era di sua madre. Mia nonna si trasferisce in una casa di riposo e la sua abitazione deve tornare disponibile per un affitto. Mi ha detto di portarlo a lei che ama queste cose antiche e “sente” gli oggetti-
Ecco, ci mancava pure che si divulgasse la diceria che “percepisco l’ anima delle cose”. Unita all’ aggettivo “gattara” completerebbe il quadro della “strega del ventunesimo secolo”.
Osservavo la ragazza con sguardo interrogativo, chiedendomi cosa celasse quella carta che avvolgeva un involucro voluminoso.
Conoscevo sua nonna. Spesso ero riuscita a ritagliarmi un po’ di tempo per una chiacchierata con quella vecchina seduta nei pomeriggi dietro l’anta della sua porta finestra che dava sulla strada osservando il mondo dal suo oblò.
Tendendo le mani per ricevere quel dono inaspettato pensavo alla tristezza di dovere lasciare la casa in cui si è vissuti in età avanzata, quando il desiderio inconfessato è quello di addormentarsi per il viaggio infinito nel nido che abbiamo sempre chiamato nostro.
Come pesava quel regalo! Prenderlo, scartarlo e osservarlo con meraviglia era stato un tutt’uno.
Davanti a me un tagliere in legno profumato del suo secolo di vita. Massiccio, pesante…pieno di rughe. Sì, vi erano incisi,come cicatrici , i segni del coltello. Levigato dagli impasti delle mani che gli anni avevano visto mutare.
Avevo ringraziato sorpresa e commossa. Questi doni si fanno solo a chi può comprenderli e la nonnina, nel pensarmi, sapeva che quel legno mi avrebbe parlato.
Più di cento anni e mostrarli senza timore. Punti sbiaditi, avvallamenti e scalfiture.
Era lì sul mio tavolo ad accettare la mia carezza, strano testimone di un ancora più strano passaggio di proprietà.
Mi parlava di inverni lontani , di scarne cucine povere. Di sogni di donne a lievitare col pane impastato con amore, per amore di quel poco divenuto ricchezza.
Mi diceva di sughi, di feste e di canti intonati per vincere il freddo col vino, col fuoco , col crepitío del cuore quando diviene esso stesso casa.
Mi diceva di fileja tirati col ferretto , stesi ad asciugare uno accanto all’altro come grani di un rosario nella preghiera del focolare di mamma, di padre , di uomini e donne piegati dalla fatica ma mai piagati dal vivere.
Mi sussurrava di lei che non voleva abbandonare la sua casa, che sorridendo aveva detto ai figli e ai nipoti – obbedisco- ma a sera, dentro un Pater Noster silenzioso, aveva lasciato cadere una lacrima su quella superficie legnosa.
L’ho vista quella piccola goccia di dolore e memoria, l’ ho colta, l’ ho ascoltata, l’ ho conservata.

foto di Marina Neri

Pubblicato inGenerale

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *