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Il tassista abusivo

Tutte le volte che gli passavo vicino mi salutava con un inchino e mi invitava a salire sul suo taxi ed io, tutte le volte, rifiutavo.

Ci era stato vietato da mio padre: «quello è un delinquente» diceva, «e dovete scansarlo», ed io e le mie sorelle ci guardavamo bene dal contraddirlo.

Per questo motivo ogni volta che si andava in centro, evitavamo sempre quel taxi e quell’ autista che, come tanti altri, faceva un servizio-navetta tra la periferia e la città. Il servizio pubblico allora era quasi inesistente e i tassisti abusivi facevano la spola continuamente con le loro 1100, facendo pagare cento lire a corsa. Lui era un uomo giovane, sulla trentina, sempre vestito in modo appariscente. Portava i capelli lunghi, pettinati con cura, i tatuaggi gli coprivano le braccia muscolose e si compiaceva della sua figura slanciata. Tutto in lui sapeva di arrogante fisicità, anche il suo modo di guardarmi era sfacciato e mi trasmetteva un disagio indescrivibile.

Una volta persi l’autobus per andare a scuola e senza pensarci troppo salii sulla sua auto, sperando che nessuno mi vedesse e lo raccontasse a mio padre.

L’interno gli somigliava per cattivo gusto e il profumo che si respirava era forte e insopportabile. Mi toccò pure sentire una musica sgradevole e per giunta, quando partì, fece sgommare le ruote dandomi un fastidio tremendo. Scesi dalla sua auto con sollievo e lui, come al solito, mi salutò inchinandosi cerimoniosamente. Mai più, mi dicevo, quel giorno – mai più su questa macchina, dovessi andare a piedi.

Da quel momento evitai accuratamente il suo taxi e anche se lui continuava ad invitarmi trovavo sempre qualche scusa per non salirci.

Un giorno mi trovavo in centro per fare compere, e dopo il solito giro, passando vicino al posteggio dei taxi notai, da lontano, un fumo denso. L’odore di bruciato si diffondeva intorno e una fiat 500 bianca era avvolta dalle fiamme. Una ragazza si dibatteva all’interno dell’abitacolo e si intuivano le sue urla. Scoppiò il caos, tutti a gridare ma nessuno faceva niente.

Fu quel tassista abusivo, sulla cui auto mi ero ripromessa di non salire più, che si lanciò sulla macchina e a mani nude lottò con lo sportello finché riuscì ad aprirlo. Poi prese in braccio la ragazza e la tirò fuori da quell’inferno. Solo a quel punto la gente si mosse, qualcuno chiamò l’ambulanza e i vigili del fuoco, che spensero l’incendio.

La 500 era ormai ridotta a uno scheletro di lamiere contorte e la ragazza era terrorizzata ma salva. Il tassista invece, quello che mio padre aveva definito “il delinquente”, aveva le mani bruciate, tossiva ripetutamente e si guardava intorno incredulo per quello che aveva fatto.

Da quel giorno non evitai più di salire sul suo taxi: avevo capito che, a volte, i pregiudizi ci condizionano negativamente.

Non evitai più il suo taxì e quando mi salutava con il solito inchino rispondevo “buon giorno”, educatamente..

nella foto: Fiat 1100/113, 1953-1960

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