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Il telo da bagno

Stringeva quel telo bianco attorno al suo corpo. Un rettangolo perfetto a chiudersi sul seno, poco sopra il cuore.
Lo specchio rimandava l’immagine di una donna pudica, stillante acqua dal bagno appena fatto.
Si beava di avere ingannato quel terribile e impietoso nemico. Poteva rivelare le sue rughe , ogni sua imperfezione, e ve ne erano tante, ma non era riuscito a cogliere la sensuale posa di quel telo su un’ epidermide bagnata. Non era riuscito a percepire il piacevole languore dell’attesa che la pervadeva.
Decisamente la pudicizia e la timidezza erano relegate a distanze siderali in quell’incrocio di spazio e tempo.
Non poteva fallire, lo diceva la sua pelle che profumava della crema che aveva cosparso su quelle curve, anse, pieghe, circumnavigando istmi, penisole, promontori, insenature. Beandosi di un tocco che era blasfemía definire magico
Avrebbe combattuto fino in fondo la sua guerra aveva promesso a quello specchio infingardo e, forse, finanche bugiardo.
Non si era accorto di lei. Guardava assorto la TV. Talmente preso da essersi probabilmente immedesimato in qualcuno dei protagonisti del film .
Azione e movimento le immagini rimandate dallo schermo, mentre in quella stanza la stasi, nell’immobile statua di una donna avvolta in un telo da bagno e di un uomo a ignorarne la presenza.
Lei respirò profondamente. Lo doveva a tutto ciò che aveva costruito. Lasciò cadere il telo davanti a lui e danzò, Salomè sperduta dentro una musica che solo lei udiva. Danzò per adescare, danzò per piacere, danzò per implorare mentre lacrime di umiliazione morivano dentro i suoi occhi troppo orgogliose per subire l’ onta di rotolarle sul viso.
Lui la guardò. Da tempo non vedeva la donna e preferì gli spari del film a quel corpo offerto nell’ultimo sacrificio per amore. – Non è colpa tua- le disse – non ti amo più, non ti desidero più.- E poi, con lo scherno di chi ha già ucciso ogni sentire, le disse:- Prova a metterti così sul portone di casa, probabilmente qualcuno ti guarderà-
Raccattò quel telo da terra. Tacque. Girò le spalle e andò davanti allo specchio. Nuda. Indifesa. Sola. – Stasera hai vinto tu! – disse a quel nemico muto . – Domani, domani, io rinascerò!-
Venne allo studio e mi regalò la più grande meraviglia di una Donna che cade ferita per raccogliere un telo insieme ai cocci della sua dignità e risorge Fenice.

nella foto: Edgar Degas ” Donna che indossa l’accappatoio”

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