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Il volo prova

All’inizio degli anni ‘70 ho lavorato nel Reparto Revisione DC9 dell’Alitalia, dove una cinquantina di tecnici si occupava del controllo delle varie parti dell’aereo. C’erano meccanici/motoristi, elettrici/elettronici (io ero uno di questi), cabinisti e manovali. I ruoli erano identificati dal colore della tuta che indossavamo. Il Caporeparto aveva la tuta marrone, i Capisquadra celeste, i Tecnici azzurra, i Controllo bianca. Questi ultimi erano i tecnici con maggiore esperienza. Erano dipendenti dell’Alitalia, ma dal punto di vista funzionale riferivano al RAI (Regista Aeronautico Italiano) e avevano il compito di controllare il buon esito delle ispezioni/controlli e interventi vari effettuati dagli altri tecnici, secondo le specifiche tecniche fornite.
Ogni aereo che entrava nell’hangar per fare la revisione rimaneva fermo almeno un mese durante il quale veniva completamente smontato e sverniciato. Ruote, paratie, pannelli, tappeti, poltrone, tutto era rimosso. Restava lo scheletro in cui si vedevano i collegamenti elettrici, meccanici e idraulici che dalla cabina piloti arrivavano fino alla coda.
Quando la revisione era completata ogni aereo doveva compiere il volo prova che in genere durava tre ore e si svolgeva in un’area di volo al di sopra dell’isola d’Elba.
Mediamente una dozzina di persone saliva a bordo. Oltre ai due piloti c’erano i responsabili del RAI e qualche tecnico.
Mi ricordo ancora quando il caposquadra mi disse che sarei andato io al prossimo volo prova. Le sensazioni che provai furono nell’ordine: soddisfazione e poi sorpresa, non me lo aspettavo vista la mia poca esperienza e di conseguenza timore, per paura di non essere all’altezza.
Non chiesi a lui quali attrezzi dovevo portare con me e che tipo d’interventi avrei dovuto o potuto fare, per paura che potesse ripensarci e affidare il lavoro a qualcun altro. Queste domande le feci a qualche collega più esperto e tutti mi dissero la stessa cosa, cioè che a loro non era mai capitato di dover effettuare alcun intervento. Mi dissero che i tecnici andavano a bordo solo perché era previsto dalle norme RAI.
Confesso che quella notte faticai ad addormentarmi, avevo fatto già qualche volo di linea, ma un volo prova mai.
Il volo era iniziato da poco più di un quarto d’ora quando Remo, il Controllo Elettrico che era a bordo con me, mi disse:
– Vado dietro a sdrajamme un po’, ‘stanotte nun ho dormito pe’ gnente.
Remo aveva più di quindici anni di anzianità aziendale e per i voli prova non aveva più quell’interesse che potevano avere i più giovani. Noi più giovani a turno assistevamo alle manovre di volo a ridosso della piccola cabina piloti, dove c’erano due posti per i piloti più un piccolo sedile ribaltabile, che in quell’occasione era occupato da un responsabile del RAI. Dietro, in piedi, potevano assistere alle azioni dei piloti giusto un paio di persone alla volta. Io ero seduto in cabina passeggeri in attesa del mio momento. A un certo punto l’aereo cominciò a oscillare diverse volte come fosse una nave in balia delle onde. Nella revisione era stato cambiato il servomotore e le superfici dello Yaw Damper (un sistema per limitare le oscillazioni dell’aereo durante le virate). Il pilota stava provando quel sistema.
Cominciai a sentire disturbi allo stomaco e mi girai verso Remo, commentando:
– Oggi il pilota ce fa’ vomita’.
Remo era disteso su una poltrona reclinata, con le braccia abbandonate sui braccioli e gli occhi socchiusi cerchiati di nero. Era bianco come la sua tuta e aveva la bocca aperta, somigliava all’Urlo di Much. Corsi da lui e la situazione mi apparve subito grave, mi resi conto che non riusciva a respirare.
– Remo sta male, correte!
Gridai.
Accorse il comandante che mi diede una bombola di ossigeno e mi disse di usarla per aiutare a respirare Remo. Dopo qualche minuto di ventilazione il comandante gli fece ingerire una pillola presa dalla sua dotazione medica.
Remo, dopo che riprese conoscenza, ci disse che quando era cominciata l’apnea non era riuscito a chiamarci né ad alzare le braccia per pigiare il pulsante per avvisarci. Ci confessò che da un po’ soffriva di ulcera.
Tornati all’hangar fui accolto quasi come un eroe. Quasi nessuno era interessato all’esito del volo prova, tutti volevano sapere del “salvataggio” di Remo. Nei giorni successivi venni tempestato di battute su quanto accaduto da parte dei suoi amici. Una delle più frequenti era:
-Te potevi fa’ l’affari tua, a quell’infame dovevi lasciallo mori’.
Remo dopo poche settimane si operò allo stomaco.
Se per me quello fu il primo volo prova, per Remo fu l’ultimo, non ne volle fare mai più!

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1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    A me piace sempre leggere le tue storie di vita. Bravo Marcello, continua a scrivere per noi

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