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Impoetica

in memoria di Annalisa Durante, morta a 14 anni (Napoli, Forcella, 27 marzo 2004)

 

Sms, stracci d’ammore,
si stamme ‘nsieme nun ce ‘mporta ‘e nisciuno
Vulimme vivere.
Il cd sparato a terremoto le fa vibrare le viscere e partire la testa. È troppo bello, la musica la va a cercare fino in fondo, dove, senza saperlo, va a nascondersi dalla madre, dai fratelli, dalla scuola, da questa cazzo di pancia che sta affacciata sulla vita bassa dei pantaloni invece di appiattirsi come quelle della televisione.
Jessica ha tredici anni in un posto sbagliato dove ‘le pietre dei vicoli sono i biscotti per i bambini’. Dose giornaliera di veleno metropolitano che brucia l’anima. Ma a lei non sembra.
Esce sul balconcino che resta in ombra fino a mezzogiorno, sbatte lo straccio della polvere senza convinzione e guarda nei balconi del palazzo di fronte, quello che dalle tre in poi si prende il sole che spetterebbe al suo. Al piano terra c’è uno stanzone enorme, diviso da scaffalature piene di libri; in mezzo, tra una e l’altra, ci sono dei grandi tavoli quadrati con due sedie per lato, qualcuna vuota, qualche altra occupata da ragazze e ragazzi che leggono. Jessica guarda appena il piano terra, non succede mai niente di interessante lì. Al primo piano ci sono stanze più piccole con dentro due scrivanie, qualche persona, spesso ragazzi in piedi e ancora libri un po’ dovunque. I balconi delle ultime due stanze a sinistra sono gli unici divertenti. Sono i cessi, il penultimo è quello delle femmine. Prima c’era sempre qualche ragazza che si affacciava per parlare al cellulare e Jessica riusciva a sentire quasi tutto. A volte un’intera appiccicata, piena di parolacce e rabbia che era meglio di mariadefilippi. Adesso è più difficile perché i balconi dei cessi sono sempre pieni di gente che va a fumare. Forse li cacciano dall’università se lo fanno dentro, pensa Jessica.
Ma in realtà, se ne fotte.
Non erano un granché quelle conversazioni e non sempre capiva bene.
Dall’ultimo balcone qualcuno ogni tanto la guarda, allora lei si trattiene sul suo un po’ più a lungo della polvere che le svapora intorno e le ricade affettuosa sul pigiamino sintetico. Non è certa che lo stereo si senta fino al cesso dei maschi, ma forse sì, visto che quello la sta ancora guardando e le sorride.
L’urlo della madre che la chiama supera anche il frastuono neomelodico. Questo un po’ la secca, anzi sta per risponderle un vaffanculo modulato sulla stessa frequenza, ma poi considera che adesso, grazie alla mamma, il ragazzo di fronte sa come si chiama. E questo sicuramente le fa fare una bellissima figura. Perde del tempo in queste considerazioni e la madre rafforza con un chitemmuorto l’urgenza del suo richiamo. Jessica rientra e alza il volume dello stereo definitivamente, forse sperando che un effetto retroattivo possa cancellare nel ragazzo la voce fuori campo. Si rigira un attimo, ma quello non c’è più. Sarà tornato in classe. Peccato.
Ma in realtà, se ne fotte.
Visto che non è andata a perdere tempo a scuola, uscirà lei a fare la spesa. Impiega ancora una buona mezz’ora a vestirsi e a truccarsi, poi qualche minuto a mandare a mente la lista delle cose da comprare e un’infinità di tempo a fare storie con la madre per i soldi. Jessica odia uscire dai negozi lasciando alla cassa un poi passa mammà a pagare invece che denaro. Fa la figura della pezzente nonostante i vestiti alla moda e il lucidalabbra. Sotto, sotto è proprio quello che pensa anche lei: la sua è una famiglia di pezzenti. Pezzenti e strunz, il quartiere è pieno di boss, di mariuoli, di spacciatori che dietro le facciate sgarrupate di bassi e palazzi tengono appartamenti lussuosi coi televisori al plasma e i forni a microonde, solo suo padre sta in galera e casa loro fa schifo e non tiene neanche il sole perché se lo fotte quell’infame dell’università. Una volta, a scuola, la professoressa di lettere e cartuline, come tutti la chiamano con disprezzo, disse che il nome del loro quartiere significa piccola forca, e che so’ ‘e fforche?, Dove si impiccavano i delinquenti, ma questa è forcella perché siamo così infimi che ci meritiamo solo un diminutivo . Chesta è scema, pensò Jessica, più per fregare il disagio di non aver capito che per convinzione. Corazzata nel suo wondebra che le spinge il seno adolescente fin quasi alla gola, affronta la prova spesa da guerriera delle pezze. Uè piccerè, comme te si fatta bellella. Viene accà, fatte verè! Lo sapeva, gliel’aveva detto alla madre che da quel rattuso del baccalaiuolo non ci voleva andare. E poi perché doveva andare proprio lì se neanche doveva comprare il baccalà, pecchè tene ‘e buattelle ‘e pummarola cchiù vasce e tutte quante. Così Jessica è costretta a un pellegrinaggio nei vicoli, per i santuari del risparmio, come vuole mammà. Puverella, s’adda fa tutta sta strada tutte ‘e juorne cu’ ‘e buste ‘n mano, ma è solo un attimo poi prevale l’insofferenza, però sempre scassacazzi è. Entra nel fruttivendolo in fondo al vicolo, il più lontano, pieno di donne come la madre. Ma la musica che si sente qui è buona. Si capisce, o verdummaro è nu guaglione.
Non cambierò perché so’ nato ‘n miezzo ‘a via
Io pe’ ‘e cumpagni te lo giuro desse tutta ‘a vita mia
E song ‘e viecchie a scola mia
Te voglio bbene e non ti amo amore mio
Nun si ‘e ccà si nun sai chiagnere
Nun si ‘e ccà si nun sai rirere.
Se ne fosse capace, Jessica penserebbe che quelle parole la consolano, allentano la morsa della miseria e, quasi, danno un senso alla sua infelicità. Invece sente soltanto il corpo starle meglio addosso e fa anche un sorriso al fruttivendolo mentre gli ordina un chilo di arance da zerottanta centesimi.
Fuori il vicolo è in ombra sotto una ragnatela fitta di filamenti di musica sparata ad alto volume da tutte le finestre. La munnezza sembra sorgere direttamente dal basolato, dalla pietra, come parietaria maligna. Una donna tanto grassa da stare seduta a gambe larghe, fuori a un basso, aspetta che il pavimento appena lavato si asciughi. Jessica la guarda, alza il mento in un gesto che in codice significa hai voglia di aspettare, cu’ cchest’ombra ce vo tutta ‘a jurnata pe’ s’asciuttà. E quella dondola la testa, rassegnata, rispondendo nello stesso codice e chi se ne fotte.
Piegato su un moncherino di colonna, fuori a un portone, un tossico terminale cerca a occhi chiusi il suo baricentro. Jessica lo guarda disgustata. Forse c’è qualcosa di più schifoso della miseria. Un motorino le taglia la strada in direzione della colonna cariata, lei intuisce il traffico, non ha bisogno di voltarsi per sapere che una bustina in cambio di soldi riaprirà gli occhi del tossico per qualche ora, inutilmente. Più avanti, all’angolo, un nero sta immerso nell’arcobaleno delle sue merci ambulanti, le mostra il biancore insostenibile dei suoi denti tra parole beduine che a Jessica fa piacere non capire perché, in questo caso, è lui che è sbagliato. Sembra gentile, la chiama sorela, con una elle sola e tanto sorriso. Vuole venderle degli occhiali, beli occhiali, beli, tu compra, tu bela. Jessica li comprerebbe pure, sono esagerati, proprio quelli che voleva lei rosashoking, ma ha sempre in mente le storie di guerra che le ha raccontato la nonna. E allora, i neri li tiene alla larga, ‘e marucchine so’ brutta gente. Così ritira il sorriso che gli stava lasciando e passa oltre. Questo, però, aveva occhi gentili. Peccato.
In realtà se ne fotte.
È di nuovo sulla strada principale, la professoressa, sempre quella di lettere e cartuline, le ha detto che è un decumano e si chiama Spaccanapoli. Quella cosa lì dei decumani e cardini l’aveva capita, una geometria familiare, più che le parole. Un reticolo urbano, comme ‘e cancelle!, la grata di una prigione, sì aveva capito.
Qua c’è molta più vita, un sacco di macchine, di motorini e, soprattutto di moto. C’è quella XT d’O Russo che la fa morire. È esagerata. Con quei segni cinesi sul serbatoio che sembra una cosa magica. Di notte, quando quello fa le corse in mezzo ai vicoli e “apre”, le vibrazioni del motore se le sente nella pancia, nello stesso posto di gigidalessio. È una sensazione di vulìo, deve assolutamente trovarsi un fidanzato con la moto.
C’è anche un sacco di gente. A differenza di altri quartieri della città dove, a quest’ora, sembrano esserci solo donne e anziani, qui è pieno di uomini, ragazzi, giovani. E anche preti. Jessica questo proprio non lo voleva incontrare. Non che non sia piacevole, è proprio un bell’uomo, la madre dice che assomiglia a Uccelli di rovo, lei però quella serie non l’ha mai vista, non era ancora nata. Ma vede gli occhi della madre che si fanno liquidi quando parla di Don Luca e se ne fa un’idea.
Il prete va in giro sempre con tre, quattro bambini o ragazzi appresso, assomiglia a quei zozzosi coi capelli rasta seguiti sempre da branchi di cani più zozzosi di loro. Lei finge di non vederlo, ma lui non la lascia sfuggire, Uè, Jessica, che ci fai qui a quest’ora? Stammatina nun me firavo, Ah, capisco, sei guarita adesso?, Sì, sì, era una cosa da niente, Bene allora potresti venire in parrocchia a fare un po’ di doposcuola ai bambini oggi pomeriggio? Don Lu’ biato a chi mi impara a mme!
Il sorriso sornione di Don Luca e quello indifferente di Jessica vengono improvvisamente spezzati da uno sparo, e poi un altro. Urla di donne, stridore di freni, voci concitate di uomini, bestemmie, paura. I ragazzini si sono stretti per un attimo alle gambe del prete prima di schizzare verso il rumore. Jessica si è trovata tra le sue braccia con poca voglia di uscirne. Tutti corrono, alcuni urlando stracci di notizie. Ci sono molte più domande che risposte. Jessica resta aggrappata a Don Luca che si fa largo nella calca, lo lasciano passare, un prete serve in questi casi, e raggiunge uno slargo di folla in mezzo al quale, con certezza di sangue, giace morta una bambina di dodici anni. Intorno al suo corpo è silenzio. Le grida curiose sono tenute a distanza dallo sgomento muto che dal piccolo corpo esanime si propaga all’intero quartiere quando si sentono, in lontananza, le sirene della polizia.
Se Jessica conoscesse il termine si sentirebbe attonita. C’è una sensazione di vuoto spaventoso dentro di lei, non le interessano le spiegazioni del vicolo e, più tardi, quelle della televisione. Il bersaglio era il noto boss, la piccola colpita da una pallottola vagante e tutte quelle altre stronzate. Questo spiega solo cosa è successo. Nessuno può spiegarle perché.
La professoressa si è sbagliata, questo quartiere si chiama forcella perché ci si impiccano i bambini.
Jessica ha perso le buste con la spesa chissà dove e la madre non si è neanche incazzata. Hanno mangiato un po’ di pasta scaldata, ma era anche troppo. Poi la madre è tornata sulle scale e hanno parlato fino a sera tardi con le vicine e con tutti quelli che passavano e si fermavano a dividere la disperazione. Per Jessica è il primo omicidio, le prime volte, si sa, fanno sempre più male. Non le viene nemmeno in mente di accendere lo stereo. Né di rifugiarsi nel suo che me ne fotte. Non ci sono parole né musica per rischiarare il buio che le è caduto dentro.
Il giorno dopo, in classe stanno tutti zitti. La professoressa sembra più avvilita e pallida del solito. Ha pensato a lungo al modo più giusto per affrontare lo sgomento dei ragazzi. Non ne ha trovato nessuno. Entra in classe, si siede dietro la cattedra e senza aprire il libro recita con voce spenta Pianto antico. Non osa niente di più che la pargoletta mano di Carducci, Tu fior della mia pianta percossa e inaridita, tu dell’inutil vita estremo, unico fior, sei nella terra fredda, sei nella terra negra, né il sol più ti rallegra, né ti risveglia, amor.
E stana il dolore dei ragazzi che cominciano a parlare, parlare, parlare fino a quando suona la campanella. Allora lei dà appuntamento a tutti per domani alla manifestazione di solidarietà che attraverserà tutta Spaccanapoli.
Ma a che serve una manifestazione di solidarietà?
In concreto non serve a niente. È come la poesia. Fa solo sentire meno soli.
È come una geometria. Jessica capisce.

la foto di copertina è di Luciano Ferrara

Pubblicato inDonne

4 Commenti

  1. Antonio Salzano Antonio Salzano

    Bella davvero,complimenti…non concordo soltanto sulla inutilità delle manifestazioni di solidarietà che invece hanno dato coraggio e vita all’iniziativa del papà di Annalisa con il Comune per la biblioteca fino a prima della pandemia centro anche di iniziative,incontri,dibattiti con i ragazzi del quartiere.

  2. Gianni santarpino Gianni santarpino

    Grande Iaia!

  3. Sara Sara

    Complimenti. Una storia scritta veramente bene. Amara, amarissima. Purtroppo.

  4. Bezzo Bezzo

    Reale cruda avvilente Bravissima complimenti

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