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Io ricordo

Leggo di padri. Di ricordi fra nostalgia e dolore. Anche io ricordo. Mio papà.

Da che ho memoria, mio papà è sempre andato alla manifestazione per il 25 aprile, a Torino. Ci andava da solo, la mamma solo qualche volta: c’era da cucinare. Sporadicamente con me.
Ricordo con precisione la lunga sfilata di migliaia di persone in cui ci infilavamo in via Po; quand’ero bambina per mano a lui (con quel suo modo strano di tenermela, la mano, sempre un po’ imbarazzato, giochicciandoci), da più grande vicini, fianco a fianco.

Era una sorta di rito privato e solenne. Anche pubblico, certo, di condivisione, ma con un aspetto irredimibilmente privato, personalissimo.
Alla manifestazione si andava e basta, non c’era neanche da dirlo, ricordarlo, farne menzione.
Mio papà si vestiva bene, rigorosamente con il pullover granata, la sciarpa granata pure lei (era pur sempre una declinazione del rosso), sbarbato e profumato.
Tanti anni più tardi, per fortuna, ho avuto l’idea di ‘intervistare’ sia papà sia la mamma sulla loro infanzia e giovinezza e registrare queste conversazioni che di tanto in tanto riascolto per fissare bene le cose, per ritrovarli.

Papà era nato nel 1927 e quindi nel periodo della guerra era un ragazzo. La mamma nel ’33, poco più di una bambina. Entrambi, in Veneto e in Piemonte, pur abitando in campagna, avevano patito la fame, entrambi avevano ricordi dei fascisti che scorrazzavano per il paese. Entrambi avevano un’opinione precisissima sul periodo.
Papà, all’epoca, lavorava -forzatamente, come tutti in quell’ultimo periodo- per la Todt, l’impresa di costruzioni tedesca che si estese in tutti i paesi occupati, approfittando della mano d’opera coatta o a bassissimo costo.

Parlava con vero odio (lui!) dei tedeschi della Todt.
Nei confronti dei fascisti invece ha sempre dichiarato il più totale, assoluto, cosmico, disprezzo. Raccontava di agguati, di atteggiamenti rapaci -ma solo se in gruppo- di ignoranza e boria, di violenza, vigliaccheria. Tornava spesso su questo: erano vigliacchi. Profondamente.

“Co xe finia, i se gà nascosti, e i gà negà d’eser stà nel Fascio. Viliachi.”

Ha sempre detto così, senza ‘g’ e con una sola ‘c’; per venetitudine, senz’altro, ma anche perché viliachi è peggio, è la quintessenza della vigliaccheria. Viliachi è una polaroid che mostra quel che c’è da mostrare: il niente, la vuotezza, l’arroganza, la pochezza, la viliacheria appunto.
Per questo il 25 aprile era sacro.
Ogni tanto, in questi tempi orribili in cui viviamo, mi trovo a pensare che sono contenta che non abbia dovuto assistervi, che non abbia dovuto ascoltare le ignominie che vengono dette e fatte. Penso a cosa avrebbe detto. E a quanto ne avrebbe sofferto, il mio papà.

Ma di una cosa sono certa: il 25 aprile di quest’anno,lui avrebbe messo il suo pullover, la sciarpa granata, una bella giacca, forse un cappello, e si sarebbe diretto con passo sicuro e dritto alla manifestazione.

Perché non c’è proprio nient’altro da fare. Tenere sempre a mente la ‘viliacheria’, vestirsi e andare a testimoniare.

Esserci.

Published inAmore

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