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La bella età

Messina 1968

Essere bella a 19 anni, non era difficile nel Sessantotto, e non lo è neanche adesso.

Sandra era bella e particolare; alta, sportiva e gambe da urlo, spesso portava minigonne audaci che ne mettevano in risalto le fattezze, possiamo immaginare che non passasse inosservata. Si muoveva con una grazia innata, senza affettazione ma con gesti misurati, eleganti.

Quel giorno si svegliò presto, doveva andare in università per sbrigare cose burocratiche. Entrò in cucina e si inebriò per l’odore del caffè che borbottava nella caffettiera. Sua madre la guardò sorridendo; sapeva che la mattina era sempre affamata e che, nel tempo di un brano musicale, avrebbe divorato tutto quello che c’era di commestibile sul tavolo.

Fece una colazione veloce e aspettò che arrivasse Gianni con la sua Mini per accompagnarla in centro. Lo specchio dell’ingresso, mentre usciva, le rimandò la sua immagine di profilo, si trattenne un attimo per verificare che la sua treccia scura fosse ben fatta e poi uscì lanciando un bacio a suo padre che si attardava a leggere il giornale.

La città si svegliava sempre con qualche sciopero o corteo di ragazzi che manifestavano per tante cose. La guerra in Vietnam che non finiva più, il lavoro con poca tutela nelle fabbriche del nord, le università occupate.

Sandra uscì veloce e subito vide Gianni che parcheggiava in retromarcia.

Eccolo li il suo ragazzo favoloso, a stento contenuto nell’abitacolo della piccola macchina.

Se lo mangiava con gli occhi ogni volta che lo vedeva e lui faceva lo stesso. Erano una coppia fantastica; belli, giovani e impegnati socialmente e politicamente. Entrambi di Sinistra, si battevano per quei diritti che ritenevano sacrosanti e partecipavano attivamente a ogni manifestazione che ne difendesse le priorità.

Un bacio frettoloso e via per la strada zeppa di macchine e motorini. Il profilo di Gianni la catturò per un istante e si sorprese a notare come fosse bello il suo ragazzo. Si erano conosciuti durante una manifestazione; ricordava sempre quella mano che l’aveva afferrata e tirata su mentre, sotto la spinta di tante persone, aveva inciampato in qualcosa e stava per essere calpestata. Gianni non si allontanò più quel giorno e a Piazza Cairoli ci arrivarono assieme, mano nella mano. Erano passati quasi 6 mesi e loro stavano ancora assieme e si cercavano continuamente.

In quel periodo, l’università di Messina era in fermento; i tanti studenti calabresi che la frequentavano perché costretti dalla mancanza di sede nel territorio calabro, sfogavano la loro insofferenza con atti intimidatori e continue provocazioni. Erano esasperati a causa dell’incerta assegnazione regionale tra Reggio Calabria e Catanzaro, a questo si sommavano le ataviche rivalità territoriali delle due città sullo Stretto, Messina, da una parte e Reggio dall’altra. Al centro di tutto c’erano gli scioperi dei lavoratori a sostegno dei terremotati del Belice, la consapevolezza del divario salariale che l’isola pativa e la rabbia e la voglia di lottare, per cambiare una società dove convivevano troppe differenze.

Quel giorno, l’ingresso della facoltà di Filosofia, era affollato e Sandra fece fatica a percorrere il breve tratto del corridoio gremito di gente.
Riconobbe alcuni compagni di corso ma si stupì per le tante facce nuove.
Aveva appena superato la grande porta dell’aula, quando si sentirono i primi rumori: non riuscì più a uscire, tanta era diventata la ressa che si muoveva nel corridoio. In lontananza vide Gianni, svettava col suo metro e novanta su tutti e capì che la stava cercando, ma la gente si affollava sempre di più. Poi apparvero le bandiere, quelle dei fascisti, seguì lo scontro e tutto diventò orribile.

Sandra salì su una sedia per guardare se Gianni era in mezzo a quei corpi che si fronteggiavano, lo vide che sbracciava per farsi largo; voleva raggiungerla, la chiamava.

Anche lei lo chiamò, e fu proprio la sua voce a distrarlo per un attimo, giusto il tempo, sufficiente, per consentire a un tarchiato barbuto di colpirlo con un bastone. Lo centrò alla testa e Sandra vide subito il sangue, anche se era distante. Gridò con tutta la forza di cui era capace, poi si lanciò nella mischia.

Il cuore batteva a mille ma niente la poteva fermare. Spinse e scalciò come una forsennata e stranamente la scena cambiò.

Erano ragazzi esasperati da ideologie contrastanti ma, pur sempre ragazzi. Quel sangue li spaventò, li disorientò, e Sandra riuscì a raggiungere Gianni.

Aveva una gran ferita sul lato destro della testa, il sangue aveva imbrattato il suo maglione beige ma, sorrise raggiante quando se la trovò accanto, pronta a difenderlo da tutto e tutti.

Quegli anni turbolenti furono vissuti in tanti modi.

Cambiarono molte cose. La moda subì una rivoluzione, la musica ci regalò gruppi e concerti indimenticabili. Si cementarono appartenenze politiche, si classificarono lotte e diritti che prima non esistevano, si conobbero movimenti reazionari e figure di riferimento politico, culturale e sindacale.
Lontano, al di la dell’Europa, si combattevano guerre feroci, si utilizzavano armi non convenzionali, si assisteva a cambiamenti radicali in paesi che pativano dittature e invasioni. Su tutti brillava la figura di un rivoluzionario che resterà nel tempo e nel cuore di chi ha vissuto quei giorni. Che Guevara.! Ancora adesso il suo mito aleggia e ci riporta a quel Sessantotto magico ma anche tragico.

Sandra e Gianni lo vissero da una prospettiva di impegno e partecipazione attiva ma, con la limitata esposizione di una città di provincia come Messina dove tutto arrivava lentamente, come se quello stretto di mare riuscisse a rallentare ogni impeto e rinnovamento. La Sicilia visse il Sessantotto con il sopore tipico di un isola mal integrata nel contesto lavorativo nazionale, fu la terra della grande emigrazione verso le fabbriche del nord e pagò un prezzo altissimo come spopolamento giovanile e scarsa integrazione sociale. Chi non ricorda i cartelli appesi sulle facciate delle case con su scritto:- Non si affitta ai meridionali – ?

Mentre esplodevano le molotov, d’avanti alle università e alle fabbriche, le famiglie del sud abbandonavano le campagne e salivano sui lunghi treni che li portavano al nord dove c’era il lavoro, lo stipendio sicuro, la possibilità di far studiare i figli. In cambio di questa parvenza di benessere, si lasciavano alle spalle affetti solidi, legami sociali e la consolidata solidarietà della famiglia d’origine. Ferite che si portarono dentro e che lasciaro segni profondi.

Published inLuoghi
  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Belli i fotogrammi dei due ragazzi che si amavano e, proprio perché conoscevano l’amore, volevano cambiare lo “stato presente delle cose”. Fu un’illusione? Il sogno di una gioventù troppo oppressa per non ribellarsi?
    Credo che il sessantotto sia rimasto in ognuno di quelli che lo hanno vissuto nelle lotte nella ribellione: anche di quelli che, poi, hanno fatto scelte conservatrici o apertamente reazionarie.
    E’ un film coloratissimo che ritorna alla nostra mente non appena ascoltiamo una canzone di quel tempo o vediamo qualche fotogramma di un vecchio film. Forse sono solo i postumi di una grande ubriacatura. Si, forse: ma di una bellissima ubriacatura!

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