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La “Bottega”

Mettere le virgolette in una insegna di un negozio è un vezzo raro, a me assolutamente sconosciuto prima di imbattermi in quel negozio, sotto i portici di fronte al Comune nel paese dove adesso abito.

“Bottega” seguita dal cognome della famiglia dei proprietari.

In anni in cui si perdono congiuntivi e condizionali, nei quali i verbi declinati al trapassato remoto sono un vaghissimo ricordo letterario perchè, ormai trapassati da tempo, quando l’apostrofo prima della parola femminile è un optional in attesa di rimozione definitiva e lo scrivere è plasmato dalla comunicazione sui social, programmaticamente concisa, puntata, sospesa e quando tutto manca in inglese, imbattersi nelle virgolette in un’insegna commerciale è un evento, una chicca, un gesto di sussiego e di indipendenza. Una sfida aperta al senso comune.

Quel vezzo sembrava proclamare l’elogio della lentezza e contenere la promessa di un servizio all’insegna della massima cura, dell’attenzione, della meticolosità e della pazienza.

Quel vezzo mi incuriosì molto; sarei entrato subito nella bottega-con-le-virgolette per scoprirne di più ma era chiusa, era domenica pomeriggio di un gennaio di quattro anni fa. Quando, poi, il giorno dopo ci sono entrato – e da quel giorno mi è capitato di farlo spesso – ho capito che quella promessa era mantenuta. In quella “bottega” – così come dovrebbe essere in tutti i negozi al dettaglio – il rapporto era personalizzato: ciascun cliente poteva sentirsi non tanto e non solo un cliente ma un conoscente, un amico, una persona di casa ed a loro volta i gestori diventavano, quasi da subito, un pezzo della tua storia, della tua quotidianità.

Uno dei due gestori accompagnava ogni incontro con un fare silenzioso ed attento, aiutato da un paio di occhi buoni, un viso simpatico condito da due baffi molto folti. Senza smanie di protagonismo, senza esibizioni di chissà quale teoria interpretativa dei fatti del giorno (in quattro anni non gli ho mai sentito esprimere in negozio una qualche opinione politica), senza aver bisogno di decantare questo o quel prodotto faceva il suo lavoro con attenzione e garbo.

In quel negozio il turista o semplicemente il volto nuovo riceveva un trattamento speciale: le diverse aziende produttrici di prosciutto crudo (una specialità assoluta) venivano messe a confronto attraverso l’offerta di un fettina avvolta in un grissino o stesa su una piccola fetta di pane. Era tutto quello che uno sconosciuto può desiderare nel visitare posti nuovi con le sue tradizioni e specialità gastronomiche.

In generale un negozio “di prossimità” – così come viene definito il negozio al dettaglio del paese o del quartiere – deve avere tutte queste caratteristiche per tentare una resistenza allo strapotere dei super ed iper mercati, più convenienti in termini di prezzo e di varietà dell’offerta ma con un servizio anonimo, massivo, routinario.

Purtroppo gli studi affermano che edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie, calzolai, erboristerie, pescherie, pelletterie subiscono da anni un’emorragia costante di attività che sembra inarrestabile: complessivamente, nel 2017 hanno chiuso senza essere sostituite circa 10mila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora.

L’attenzione al cliente, la possibilità di avere un consiglio da un esperto su un acquisto o su una riparazione di un oggetto: questo scompare insieme ai piccoli negozi.

Il fenomeno riguarda, nella stessa misura, le città grandi e medie ed i piccoli paesi.

Anche il paese dove abito.

Il 31 dicembre anche la “Bottega” ha cessato l’attività. Uno dei proprietari è andato in pensione e nessuno dei suoi figli ha intenzione di continuare nella tradizione di famiglia.

Qualche tempo fa su Facebook  lessi questo grido di allarme che adesso mi è tornato alla mente (era postato da Donatella Dolma e scritto da Francesco Neri il 17 marzo 2015)
Non ci troverete
Quando cercherete un piccolo panettiere, non lo troverete.
Un calzolaio, o un piccolo artigiano a cui chiedere un favore.
Non lo troverete.
Vorrete una torta, un mobile su misura, l’aggiustamento di una persiana, o un consiglio su un nuovo elettrodomestico che duri qualche anno, non lo avrete.
Non è una richiesta, e neanche una protesta.
Non è una rivendicazione politica e neanche una minaccia.
Non ci troverete.
Vorrete un negoziante con cui consigliarvi per un trapano, un chiodo o una vernice.
Vorrete saper come usare un oggetto o quale flauto è meglio per vostro figlio.
Vorrete una pasticceria come una volta, o la pasta fatta in casa.
Un formaggio vero.
Un piccolo bar, un caffè come si deve.
Non ci troverete.
Vorrete riparare un vecchio lume, o rifare il tessuto.
Vorrete aggiustare un triciclo a cui siete affezionati, o il seggiolone.
Vorrete un consiglio su un pavimento, un dottore che ascolti le vostre paure.
Non ci troverete.
Non ci saremo più.
Spazzati via da grandissimi centri commerciali dove altri poveretti sottopagati a tutto saranno attenti tranne che a voi.
Che non sapranno nulla di quello che chiederete loro.
Centri commerciali illuminatissimi in città buie.
Circondati da lunghe sequele di negozi chiusi in vie un pò sporche e poco sicure.
Forse allora chiederete aiuto, forse vorrete trovare un amico, una luce, un consiglio, una bettola, una chiacchiera, una comunità.
Sarà tardi.
Non ci troverete.
Alcune cose vanno fatte per tempo.
Il tempo di un risveglio e di un ritorno alla comunità, all’impegno e alla lotta è arrivato.
E’ ora.
Se aspetterete,
Non ci troverete.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

1 commento

  1. Non troveremo più niente alla fine. . Una salumeria, un calzolaio, una libreria indipendente, un’edicola, un arrotino,un venditore di caldarroste. Niente, non troveremo più niente. Per questo io, da solo o con mia figlia, in ogni bottega in cui entro inizio sempre a chiacchierare di qualcosa e basta soltanto una battuta per iniziare un discorso. Almeno mia figlia potrà dire di ricordare che una volta c’erano le botteghe e che ci si poteva fermare anche a parlare

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