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La comunità inconfessabile

Cos’è stata la comunità inconfessabile? Ne tengo una copia con alcune pagine sottolineate, in una v’è questo: “L’insufficienza non si deduce a partire da un modello di sufficienza. Essa non cerca ciò che vi metterebbe fine, ma piuttosto l’eccesso di una mancanza che si approfondisce nella misura in cui viene colmata.” * E una frase come tante altre, che costellavano un cronotopo, uno spazio tempo, in cui si voleva galleggiare come astronauti sulla luna. Dentro alla coscia devo avere ancora qualcosa che mi fa stare “strano” come allora, ma non è la tasca di eta beta, sarà invecchiato, sarà scaduto.

L’inconfessabile stava sul tavolo di quelle sere, un segreto che pensavamo ci avesse legato per sempre e che da sempre ci avesse ciecamente guidato fino a quel punto. Improvvisamente, le sue cosce, perennemente chiuse al cielo, si aprirono lentamente, lasciando passare dalla sua fica uno ad uno, tutti i nostri mostri infantili, come une ferita che macchia il lenzuolo, goccia a goccia. La ferita nella comunità fu insanabile, continuò a spurgare sangue e mostri finché non fummo completamente dispersi, A. dal suo pulpito continuava a tuonare contro chi si sarebbe voltato indietro, lui, che aveva i pantaloni inzuppati di sangue e la bocca piena di mostri, per paura di voltarci indietro guardammo tutti di lato, vedendoci allontanare sempre di più, restando sempre più soli.

L’inconfessabile stava sempre sulla tavola, dove era sempre stato, come la lettera di quel racconto, e nessuno lo colse. Vi furono i morti che servono alla scena dei protagonisti, perché solo il nostra stare in vita ci forniva questa presunzione, una presunzione che non aveva più nulla di collettivo, ma era solo imprenditoria d’esistenza, un’azienda che a fine anno deve comunque essere in attivo, sempre, a qualunque costo.

Io non so gli altri, io non andai mai sul lago, avrei voluto andarci, ma ormai mi sentivo un estraneo, chi avrebbe avuto più diritti di preghiera di fronte al marmo di M.? S. continuò a studiare Derrida ed a interrogarsi sul senso della morte nel francese, A. Fece due figli e non se ne parlò più, M. col pene ancora sudato decise di farsi una casa, A. continua a tuonare e a diffondere la comunità inconfessabile, con la bocca piena di mostri e i pantaloni zuppi di sangue, la comunità inconfessabile restò l’unica, grande, tremenda, idiozia, a cui abbia creduto davvero nella vita.

“Non posso smettere un istante di provocare me stesso all’estremo e non posso distinguere tra me stesso e quelli tra gli altri con cui desidero comunicare” Il che sottende una certa confusione: l’esperienza non può essere tale (“andare all’estremo”) se non resta comunicabile, e al tempo stesso è comunicabile solo perché, nella sua essenza, è apertura al fuori e apertura all’altro, moto che provoca un rapporto di violenta dissimmetria tra me e l’altro: la lacerazione e la comunicazione.” *

Eppure la comunità inconfessabile resta ancora qualcosa di vivo, perché fondamentalmente è solo vita e in quanto tale desiderabile.

* “La comunità inconfessabile” di M. Blanchot, ed SE, 2002, Milano.

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