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La danza della farfalla

 

Seduta nel suo piccolo giardino osservava i coloratissimi fiori di lantana. Un microcosmo affollatissimo di api, calabroni, multicolori farfalle.

Soffermarsi sulla vita che la circondava era un miracolo occasionale. Non osava respirare per non alterare la bellezza che, gratuitamente, le si offriva.

Una farfalla, in particolare, pareva danzare al suono di una musica che solo lei sentiva. Un battito di ali armonico, volteggi e arresti, brevi pose su un fiore e poi, ancora, un volo, una piroetta, una traiettoria che appariva tracciata e poi, immediatamente, una inversione.

Uno spettacolo che, persino il gatto accanto a lei, godeva con pensieri, probabilmente, più ferini rispetto a quelli suoi. Il pensiero della morte sfiorava quella creatura? Quanto avrebbe volato ancora? Un giorno? Due? Una settimana? Nessuna titubanza in quel battito di ali. Solo eleganza e gioia lei riusciva a vedere. Nessuna imminenza ne affrettava le movenze. Si beava del vivere incurante del Tempo. Quanta fatica le era costata uscire dal bozzolo, diventare crisalide e poi stendere le ali? Nonostante quel travaglio piroettava felice dinanzi a lei.
Ne era certa e lo sapeva anche il gatto che non artigliava l’aria nel tentativo vano di catturarla, affascinato da quella danza più che affamato predatore di quella esile vita.

Quella danza…quella farfalla… In quel battito di ali ci aveva visto lei. Diciassette anni. Bellissima. Nera. Selvaggia come il mondo da cui proveniva. Le avevano aperto il bozzolo con mani rudi. Ancora crisalide l’avevano stipata come merce avariata sopra un barcone e avevano affidato alle onde le sue paure di bimba, i suoi sogni castrati dentro abiti non suoi.

– Danza- le avevano ordinato. E lei lo aveva fatto. Sotto lampioni opachi come falena senza ali si era mossa. Nessuna musica a incitarne il ballo, solo lo stridulo ascolto delle sue stesse paure. Quante mani avevano toccato quelle ali amorfe che non sapevano volare!

Negli angoli scuri di una città sconosciuta in cui le sue parole in una lingua lontana apparivano solo esotico souvenir, una piccola crisalide nera traduceva col suo corpo l’amore malato.

Diciassette anni quando, grazie ai volontari, decise di volere volare.
E lei era lì, ad aiutarla a guardare in faccia la Vita, a sorriderle ancora, a liberare le ali, volando…volendo.

Era quella la bellezza del suo lavoro. La riscopriva nei momenti di stasi, quando il volo di una farfalla le ricordava la danza di una giovane donna che aveva reciso la corda che la soffocava.
– Voglio essere libera. Non mi importa per quanto! Voglio provarci. Mi consenta di volare! –

Era una lingua strana, incomprensibile per lei. Ma la bellezza dello sguardo e la determinazione che vi aveva letto erano eloquenti.

– Chissà dove sei, adesso, ma la tua danza so che è così, A’isha! –

Carezzò il suo gatto e sorrise, non vedeva l’ora di tornare a lavoro!

Foto di Marina Neri

Pubblicato inGenerale

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