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La dragunara

Sapeva che sarebbe arrivata. I segnali c’erano tutti. La linea dell’orizzonte non era più visibile, l’imbocco dello Stretto era solo un’ immaginaria bocca aperta e impressa sulle carte nautiche o nella memoria del Mito che i millenni avevano preservato e tramandato.
Tutto era avvolto dentro un gigantesco nembo scuro, carico della promessa di tempesta.
Un’ondicella batteva pigra, quasi un canto tribale che iniziava con un piccolo colpo sulla pelle tesa di animale a ricoprire un tamburo.
Lei era figlia di quei luoghi, suo padre era divenuto cibo di quegli abissi in un giorno come quello.
Il Tempo passato avrebbe dovuto firmare con lei l’ armistizio, ma ,sebbene quando era accaduto fosse stata molto piccola, recava ancora impressi nell’anima i lamenti e i gemiti di chi piangeva i pescatori mai più tornati.
E lei aveva dichiarato guerra alla Dragunara, a quella “cuda d’ arrattu”, che aveva riso del giuramento di una bambina.
Lei, nascosta dietro una piccola falesia a violentare le acque, le aveva viste le donne della sua terra combattere contro la DonnaDrago capace di scatenare le trombe marine ed ingurgitare uomini e cose con la voracità mai sazia dei mostri. ” Luni esti santu/ marti esti santu/ merculi esti santu/ juovi esti santu/ vennari esti santu/ sabato esti santu/ duminica è di Pasca/ cuda e rattu casca”.
Spavalde ed impavide, ritte sulla spiaggia che aveva perso il dorato per divenire grigia sotto un cielo plumbeo, gravido di furia. Donne a difendere tutto ciò che amavano, a opporsi con una semplice lama con l’impugnatura di osso bianco a colei che esigeva il suo tributo , infierendo coi venti e coi turbini che il mare, suo complice, creava.
Una fra tutte era la prescelta per “sciabuliari ‘u celu” (squarciare il cielo a coltellate ) con il coltello a manico d’osso, cimelio lasciato in eredità da donna a donna. E, mentre le parole del rito con voce ferma venivano pronunciate , l’aria riceveva i fendenti e la croce diveniva il marchio impresso sul vento. Si contorceva la Dragunara per ogni colpo che la donna le infliggeva, ruggiva, soffiava come gatto selvatico disposto a vendere cara la sua pelle. La sabbia si alzava e il mare sollevava mulinelli di acqua spaventata e inquieta, il cielo rombava, mentre quel Drago, restío all’obbedienza, scalpitava furente. Cento braccia ad alzarsi seguendo la litania, sempre uguale a cominciare dall’ anno zero di un mito divenuto storia, poi religione, infine costume di vita, colpendo l’aria nel segno dei segni di una storia antica vestita dai simboli della fede.
Ammirata guardava quelle donne sulla sponda, intrepide ed inconsapevoli amazzoni, spietate Erinni contro Dragunara che esigeva vittime e diveniva vittima essa stessa della forza delle donne quando difendono un nido.
– Insegnami a combatterla – aveva chiesto all’ultima ” comandante”( lottatrice contro le trombe marine) della sua terra.
Era pronta, conosceva la formula, possedeva il coltello dal manico di osso bianco.
Dragunara tornava. Non moriva, come ogni figlia della natura sapeva attendere, sapeva rigenerarsi, accettare le sconfitte per risorgere più temibile. Lo sapeva anche lei come lo sapevano le donne della costa.
Ed era arrivata. Cuda d’arrattu ( coda di topo ), così veniva chiamata la DonnaDrago al suo formarsi.
Era corsa sulla spiaggia mentre il vento fischiava irato e turbinava fra i suoi capelli. Le dita intorpidite per la paura stringevano il suo coltello. Fallire avrebbe significato condannare a morte le altre donne accorse con lei sulla spiaggia e tutti coloro che, in mare , erano stati colti alla sprovvista.
Terribile il duello fra donne. ” Quandu riva a ruminica è di Pasca/ cuda d’arrattu casca”, lei, infine, grida con la voce a sovrastare il sibilo feroce del vento malandrino. Innalza il braccio, bandiera di liberazione, e vibra un fendente da destra a sinistra e un altro dall’alto in basso. Una croce . Una sola, nell’aria che celebra il sacrificio del mostro.
Sorride Dragunara mentre ridiventa brezza. Sa che dentro il cuore di quella donna tempeste ben più terribili di lei le agitano l’anima!
Grazie ad Annamaria Persico per questo bellissimo articolo dal quale ho tratto libera ispirazione per una rivisitazione di una leggenda della mia terra.
http://www.reportageonline.it/le-donne-di-palmi-e-la…/
Foto di Marina Neri

Pubblicato inDonne

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