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la felicità

Non ricordo la felicità, non ho nemmeno un’immagine realistica di quella che molti chiamano la felicità. Perché mi è sempre sembrata una bomba, un’esplosione, qualcosa che deflagra e poi schizza via disperdendosi in mille posti. Troppo difficile da controllare la parola felicità, fa male al cuore. O forse non ho mai avuto un rapporto corretto tra significante e significato, e non ce l’ho tutt’ora, a causa della mia autoreferenzialità. Ma si può non essere autoreferenziali? Che in altre parole significa si può non essere egoisti? Come tutti ho avuto momenti molto appaganti, momenti intimi belli, feste, notti passate a bere e a chiacchierare, situazioni estatiche di fronte alla bellezza di qualcosa, naturale o creato dall’uomo che fosse. Ma nessuno di questi chiamerei “felicità”. In famiglia siamo sempre stati molto parchi nel mostrare l’amore, sia da parte di mio padre, sia da quella di mia madre. Eppure c’era, giuro che c’era, ci si nuotava dentro, ma come i pesci di Wallace, se ci avessero chiesto: “siete felici?” Noi avremmo risposto: “cos’è essere felici?”
Una mattina di un anno fa era caldo, forse come oggi, e mi svegliai alle 7,30. Di mattina io non parlo mai, guido muto il mio corpo a fare le cose che si devono fare: seduta sul water, pulizia denti, lavaggio della faccia, pantaloncini corti, maglietta o camicia solo se devo andare via. Quella mattina misi la maglietta, evidentemente da qualche parte dovevo andare. Forse c’era ancora la scuola, non ricordo. Era ancora il tempo che facevo colazione al bar, prima di andare a scuola. Entrai con la faccia assonnata in cucina, dove c’era mia madre. La tapparella, alzata appena, proiettava delle grate di sole sulla tavola, la luce in cucina era di un giallo deciso, ma rarefatto, pulviscolare. Una penombra estiva molto gradevole e rassicurante emanava certezza su tutto il locale. “Sono qui”, pareva dire quella luce strana eppure avvolgente come una bolla priva di temporalità. Io non ho stima dei cambiamenti, vorrei che le cose semplicemente restassero come sono, per sempre, lo volevo almeno. Mentre mi muovevo in quell’eterno presente, mia madre usciva dal cucinino e mi diceva queste parole: “Ho appena fatto il caffé, lo vuoi un caffé?”. La frase indicava due azioni, l’aver fatto, l’aver costruito, l’essersi impegnati in qualcosa e l’offrire questa cosa frutto della propria fatica, anche se risibile come quella di preparare un caffé. Diventava un aver fatto non per sé sola, ma l’aver pensato a tutto il resto, tutto il mondo era compreso in quel rito, vedico, l’universo intero. “Ho appena fatto il caffé, ne vuoi un po’?”
Ricordo che in quel momento ho pensato “ecco, la felicità è questa, è semplicemente questa” E’ l’essere com-presi nell’universo da qualcuno o qualcosa, non starne più fuori, essere dentro il cerchio magico del rito che ti appartiene perché ti è stato offerto.
Non c’erano enfasi, slanci emotivi, non c’erano nemmeno “buongiorno come va?” nei nostri incontri al risveglio, c’era un tacito rito, che si è rinnovato puntualmente ogni giorno per mezzo secolo. Ed io avrei voluto che continuasse per sempre.
Non ricordo poi se ho preso il caffé di mia madre, forse no, forse le dissi che l’avrei preso al bar, perché odio cambiare i miei piani, non amo le sorprese io. O forse l’ho preso, ma non mi pare, non era più importante bere o meno quel caffé, almeno per me, forse non altrettanto per lei. Io ero già pieno in quel momento, forse ero pieno di “felicità”, che io però ho sempre preferito chiamare con la parola meno arrogante “serenità”.

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2 Comments

  1. Angela Scaglione Angela Scaglione

    Ho conosciuto la tua stessa felicità. so cosa significa e la rimpiango ancora.

  2. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Hai ragione Franco. La felicità è SENTIRSI AMATI attraverso l’inaspettato: un gesto, una parola nuova, un abbraccio più forte, un caffè che non ti aspetti. La felicità è una piccola cosa mi disse un amico molto più grande di me e mi spiegò quella frase che sembrava banale e scontata: non ti aspettare fuochi di artificio – la felicità non è un’emozione – aspettati piuttosto un calore che ti invade il corpo ed il cuore e ti stampa un sorriso “ebete” sul volto, ma che, mentre la provi, non ha l’aria di essere tutto quello per cui vale la pena di vivere. Ma lo è.

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