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La forza della vita

L’amore è forza, e la forza dell’amore è vita.
Io amo, vivo e … attendo. Si, perché oggi Giovanni mi ha telefonato che verrà.
“Mamma, oggi ci vediamo! Devo essere nel pomeriggio a Verona per un convegno di lavoro. Aspettami!”
Lui è il minore dei miei quattro figli. È un ragazzone di quarant’anni e ne aveva solo otto quando il suo amato papà, un mattino molto presto, uscì di casa insalutato ospite, e non tornò mai più, precipitandoci in un mare di delusioni, di angoscia, di debiti e di problemi irrisolti.
I fratelli più grandi si erano già sistemati fuori casa e noi rimanemmo soli, a sostenerci a vicenda e a imparare la vita di sacrifici, di umiliazioni, ma pure di speranze e di attese. Le attese divennero in fatti il nostro pane quotidiano, anche perché quello vero, a volte, scarseggiava proprio.
Quegli anni sembrarono interminabili, scarnificanti e pieni di amarezze, ma anche di provvidenza.
Poi, piano piano, risalimmo il baratro. Io ritrovai un certo equilibrio e una serena autonomia economica, e Giovanni la sua strada. Ora è marito felice, padre di due bellissimi bambini e sta venendo a trovarmi.
“Arriverò a metà giornata. Ti va se mi fermo da te per il pranzo?”
Si, mi va, mi va! Eccome! Il cuore mi è balzato in petto e il silenzio delle cose qua attorno è diventato rumore, anzi musica.
È così ogni volta che arrivano i miei figli. Nell’attesa la casa si popola della loro immaginaria presenza e li ritrovo come quando eravamo tutti insieme.
Ora ho giusto il tempo per riordinare a puntino, rinnovare e sistemare i miei fiori di carta, che danno colore e luce al monolocale. E cucinare.
Cucinare è diventata la mia grande passione da quando, per necessità, ho dovuto profondere in cucina tutta la mia fantasia e inventare mille strategie per rendere buono e appetitoso un piatto, magari allestito con poveri ingredienti.
Preparerò questo … no, preparerò quest’altro e quest’altro ancora!
Devo mettermi di lena, sbrigarmi, non fare confusione e imbandire bene la tavola, come quando eravamo in tanti e c’erano rumore e allegria.
Mi ritrovo a formulare mentalmente diversi menù, ritoccarli, cambiarli e ripropormeli; poi finalmente … tiro fuori la macchinetta per fare la pasta fresca. Formo la fontanella di farina nella spianatoia, sbatto le uova, impasto e lavoro. Giro la manovella … crin …cron …crin … cron …
È come una musica, allora canto. La pasta riesce morbida, colore del sole, pappardelle belle larghe, quelle che piacciono a lui, col sugo alla campagnola.
E l’arrosto? Già spande il suo aroma pungente e invitante di aglio e rosmarino.
Devo dire a Giovanni questo e quest’altro, raccomandargli di riguardarsi, di concedere pause al suo lavoro, di godersi la famiglia, i bambini, la sua sposa.
Ho il tempo di fare tutto, anche di ravviarmi i capelli e darmi un filo di rossetto e il profumo.
Lui arriva. Per un attimo ho l’impressione di rivedere suo padre. Mi abbraccia e mi preme forte il mento sulla spalla, come faceva una volta, quando aveva pensieri di scuola o di vita. Lo trovo un po’ tirato. Intuisco che è stanco e preoccupato. È una persona che ha dovuto farsi uomo in fretta, forgiato dalle privazioni e dalle rinunce: lavoro e università, commesso, cameriere, pizzaiolo e … biologo.
Mi sorride con gli occhi, ma parla poco e mangia meno. Forse neanche riesce a rilevare la cura con cui ho preparato il desinare e riempito di cose buone la tavola, per fargli riprovare il calore di quando c’errano anche i suoi fratelli.
“Come va il lavoro?” chiedo.
“Si vive! C’è la crisi! Ha il suo bel da fare il governo ad aggiustare i conti, e anch’io a far quadrare il bilancio!”
“Hai bisogno di aiuto?” intervengo.
“Non preoccuparti mamma, per ora mi arrangio …” sorride un po’ amaro “… e poi sono cresciuto alla scuola della speranza”.
Ho le mani piene di carezze trattenute, ho il cuore colmo di tanto affetto.
Prima di andarsene mi abbraccia e mi solleva di peso, come faceva una volta.
“Ciao mamma” La prossima volta verremo tutti, aspettaci!”.
Dietro i vetri lo vedo partire, inghiottito dalla vita. Ormai è un uomo nel mondo e del mondo.
“Assisti, Signore, i miei figli e ricorda sempre loro la forza dell’amore.”
Pian piano sparecchio. Ripenso a lui, ai suoi fratelli, li coccolo tutti col cuore e qui non trattengo né baci, né carezze.
Poi esco nel sole. È primavera. L’infiorescenza azzurra dei muscari, nel minuscolo giardino, mi fa cercare il cielo. In quella vastità sconfinata la mia anima si ritrova.
“Vivi, ragazzo mio, ama e spera! E se hai bisogno vieni da me! Come una volta ci sosterremo e, insieme, riusciremo a farcela ancora.”

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1 commento

  1. Anna Anna

    Mettere solo mi piace è poco. Grazie Antonia per questo racconto, grazie per l’amore grande che hai, l’amore della madre per i figli, per averlo condiviso con noi. Leggerti è sempre emozione pura e gratitudine e aggiungo che i muscari sono fiori bellissimi che adoro.

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