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La guerra dentro

Questo film parla a me, a te che mi stai leggendo, a chi non lo farà, insomma a tutti noi, indaffarati in attività quotidiane, noiose o banali, a passare la vita guardandoci allo specchio o misurando la propria personale popolarità, o semplicemente a “far finta di essere sani” come direbbe Gaber.

Della guerra, dell’ultima guerra in corso, non ci arriva che qualche rara esplosione: eppure c’è, ed è sanguinosissima – a poche braccia di mare o come adesso a 1813 kilometri dalle nostre case. Sembra non appartenerci, non condizionarci: qualcosa di altro dalle nostre stupide occupazioni e dalle noiose ciacole che scambiamo con il vicino di bevuta.

E’ ambientato nel 1923 l’ultimo, grande film di Martin Mc Donagh, durante la guerra civile irlandese, una guerra fratricida che spaccò famiglie e contrappose fratelli in armi.

Ma potrebbe essere ambientato adesso e qui, ad un anno dall’inizio della guerra in Europa che non si ferma e che proprio così diventa ora dopo ora irreversibile.

Ma la guerra è dentro di noi, intessuta con il nostro essere, pronta a scatenarsi: questo è il messaggio, terribile, ma veritiero e incontrovertibile che lancia il regista, sceneggiatore inglese ma di discendenza irlandese, autore teatrale e cinematografico acclamatissimo che ci aveva già regalato due indimenticabili gioielli: “In Bruges” e “Tre manifesti, Ebbing, Missouri”

Basta poco a scatenarla: la guerra.

Nel film si scatena quando una coppia di amici inseparabili si rompe all’improvviso, perché uno dei due Colm (Brendon Gleeson) dice a Pedraic (Colin Farrell) che “non gli sta più a genio”: Pedraic non se ne fa capace, si avvita su stesso, si rifiuta di comprendere – nonostante la granitica convinzione di Colm a ribadirlo.

Scoccata la scintilla con la rottura unilaterale di una quotidianità scontata è tutto un precipitare verso il peggio, con gli atti aggressivi, verso se stesso o verso l’altro, che niente e nessuno può più fermare: è “guerra”!

Basta un qualcosa che rompe il quotidiano svolgere della nostra vita, scuote le nostre certezze, ci spinge controvoglia ad uscire dalla nostra zona di comfort e siamo pronti a schierarci, sui social o al bar o al mercato o in famiglia, ad esibire la nostra personale dose di crudeltà e di rabbia. Diventa molto facile, allora,  per il potere, irreggimentare la massa e scagliarla contro il “nemico di turno”.

Lo abbiamo visto, proprio qui, da noi, molto recentemente.

La discesa agli inferi della guerra senza esclusione di colpi di Pedraic e Colm è una metafora precisa, dura da digerire.

“Non è che l’inizio” profetizzerà Pedraic in una delle ultime battute del film.

Ne sarà travolto Colm che avrebbe voluto combattere la propria disperazione e la sua personale angoscia di morte componendo musica, un viatico per l’immortalità ed un argine alla noia.

Da questo, che appare un destino ineluttabile, provano ad uscire solo in due: la sorella di Pedraic, Siobhan, donna gentile dedita ai libri ma “che non piace a nessuno”, come gli griderà l’immondo custode della legalità dell’isola, e il figlio di questi, attraverso il gesto estremo proprio dei disperati e degli eroi tragici.

Siobhan va via da quel microcosmo, vero e metaforico, dell’isola, guidata dalla speranza che in un mondo diversamente popolato, fra persone arricchite da uno sguardo che non si ferma al limite del mare, si possa crescere e migliorare.

Ci aggrappiamo anche noi e facciamo nostra questa speranza, convinti però che, ahimè, da se stessi non si scappa.

SCHEDA DEL FILM

LA FRASE Colm: “Non c’è spazio nella mia vita per la noia”.

CHI LO HA DIRETTO Martin Mc Donagh, Londra 1970, già premiato come miglior commediografo emergente ed acclamato autore di opere teatrali, che ha scritto e diretto cinque film: Six Shooter (2004) Premio Oscar per il miglior corto, In Bruges (2008), 7 psicopatici (2012), Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e The Banshees of Inisherin (2022) uscito in Italia come Gli spiriti dell’isola.

DI CHE PARLA In un’isola poco abitata dell’Irlanda si consuma una tragedia di impronta shakespeariana. Siamo nel 1923 durante le ultime battute della guerra civile irlandese e la “guerra” nell’isola è combattuta da due uomini, prima legati da un rapporto di amicizia, che viene improvvisamente e definitivamente rotto dal più inquieto, solitario e angosciato dei due, senza che l’altro ne riesca a comprendere minimamente le ragioni.

COSA NE PENSO L’isola è uno dei personaggi centrali del dramma. A lei sono dedicati i piani sequenza di una malinconica e struggente bellezza, con i suoi quadrati verdi tutti uguali, con i suoi viottoli diritti, altrettanto  uguali e separati da muri a secco, con le poche case disperse ai fianchi della montagna a sottolineare la lontananza degli animi e la separazione dei cuori. Mc Donagh si serve di una fotografia e di una recitazione, di tutti e quattro gli attori in scena, strepitose, per catturare l’attenzione dello spettatore che poi corteggia e ammalia con una dose massiccia di humour nero anglosassone intervallato da citazioni dal Macbeth, ma che poi  sbatte di fronte ai temi propri dell’esistenza: il senso della vita, il rapporto con l’altro, i possibili abissi dell’animo umano. E allora siamo tutti in trappola.

da vedere assolutamente, al cinema, Pier, 2/2023.

 

 

 

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