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La guerra di nonno Aldo

Voi almeno potete stare in casa, al caldo! Eh sì, proprio così ci avrebbe detto nonno Aldo se fosse ancora vivo. Avrei voluto vedervi voi che ancora vi fate la pipì nelle brache, altro che reclusi siete fortunati.

Ma andiamo con ordine… Nonno Aldo era il tappezziere che lavorava nella bottega artigiana situata sotto all’appartamento del mio caro amico Gianluca. Ogni tanto ci permetteva di entrare nel suo laboratorio (all’epoca ragazzini avevamo 14 anni al massimo) e noi vi si trovava svariati pezzi di legno e attrezzi che con un paio di chiodi e un martello diventavano fucili, asce, spade, archi e frecce!

Già! il nostro gioco preferito era la guerra.

Eravamo in quattro quel giorno d’estate, io detto Benny, Luca detto Luke ma anche Mastro Ciliegia perché col freddo il suo naso diventava tutto rosso, Alberto il comandante Mark e Stefano detto Lazzaro poiché questo era effettivamente il suo cognome.

Nonno Aldo era un omone dai capelli bianchi col viso sempre ben rasato ed il suo camice da lavoro blu o rosso carminio, era stato un alpino ma non parlava mai della guerra. Quel giorno noi stavamo sparandoci addosso, asserragliati dietro poltrone e divani, le graffette con le pistole del compressore, sì dai quelle che servono per fissare le stoffe sul legno.

Ad un certo punto lui rientrando in laboratorio vede sta guerra e ci dice:

“Tosi basta vegnì qua che ve conto mi qualcossa dea guera!”

Ci fece sedere in cerchio ed iniziò a raccontarci della ritirata di Russia.

I suoi occhi brillavano lucidi, la sua voce era rotta ma non piangeva e trattenendosi parlava piano con un tono greve come si parla tra uomini, seriamente.

“Avevamo combattuto come delle bestie a Nikolajevka era gennaio, un freddo boia. Oramai eravamo, noi i Tedeschi, gli Ungheresi, peggio delle bestie quando passavamo in quei villaggi. I tedeschi ma forse anche noi ne facevano di tutti i colori con quella maledetta Luger li ho visti prendere dei bambini dalle braccia della madre e lanciarli in aria come fossero delle bottiglie per poi sparargli mentre ricadevano con il sangue che sprizzava da tutte le parti. Dopo la battaglia che non sto qui a raccontarvi perché è stata veramente brutta e già vi basta quel che vi ho appena detto insomma abbiamo iniziato a tornare a casa ci ritiravamo… Gli ufficiali dicevano che eravamo in rotta io pensavo tra me e me che eravamo rotti più che in rotta.”

Il breve sorriso che ci era comparso sul viso alla battuta scomparve subito.

“I russi dei villaggi lungo la strada ci guardavano e dicevano “ Davai, davai” che poi qualcuno mi disse voleva dire “ Vai avanti “ insomma invece di odiarci ci compativano, che storia. Avevamo scarpe di cartone tenute insieme dallo spago o ricucite alla bell’è meglio, le drop estive, i cappotti e le palandrane che qualcuno aveva a volte venivano presi ai morti che restavano indietro nel cammino magari poi delicatamente appoggiati ad un albero. Qualcuno si copriva con una sciarpa o il bavero ma toccandolo il naso si staccava e cadeva perché ghiacciato. Dovevi stare attento ad appoggiarti al camion militare potevi lasciarci giù la pelle delle dita o addirittura un dito intero che era già congelato. Addirittura quando bevevi potevi lasciare sulla gavetta le labbra…”.

Ritornando al dialetto il nonno:

“Insoma tosi no voio farve star mae ma dovi capire che a guera xè na roba tanto bruta!” .

Attoniti lì con gli occhi sbarrati nessuno di noi quattro aveva il coraggio di fiatare. Nonno Aldo vedendoci così ci raccontò un’altra cosa così per ridere disse lui :

“Quando se n’dava a pisare a bisognava stare tenti ma sopratuto veoci parchè el pisso se congeava e te risciavi che se congeasse anca el ciccio. Ea pipi no faseva a tempo ccascare par tera che ea gera sa giassà!”

Qualcuno di noi ridendo disse, la domanda era d’obbligo :

”Ma tu nonno hai visto qualcuno che si è congelato il pisello?”.

Lui non rispose abbozzò un tiepido sorriso e ci congedò con un:

“Dai forsa tosi n’dè fora dae bae che desso go da lavorare”.

Uomini d’un tempo, uomini che hanno fatto grande l’Italia.

nell’immagine: ritirata ARMIR

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. Laura Laura

    È un racconto che ti stringe il cuore. Scrittura agile, scorrevole tanto più gradita vista la durezza del tema trattato. Bravissimo l’autore. Complimenti.

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