Salta al contenuto

La lampada del macchinista

 

La sua valigia nera incuriosiva sempre le due bimbe che erano le figlie.
Era bello con la divisa scura, con il logo FS indossato con orgoglio.

Sistemava meticolosamente quel bagaglio ogni volta che il mestiere lo chiamava e gli orari strani di arrivo o di partenza non avevano mai scalfito il suo amore per il treno.

Macchinista. Lui guidava quell’ammasso di vagoni e le rotaie conoscevano la sua fatica nelle notti fredde o afose, nei giorni carichi di sorrisi o di pensieri.

La valigia del macchinista. Misteriosa coi suoi moduli e prontuari, generosa di sogni per chi, come me, la credeva capace di fare viaggiare, me nel tempo, lui nello spazio.

Finché non trovai la lampada…anzi la lampadina come mio padre appellava quell’aggeggio.

La lampada di Aladino…dentro la valigia del macchinista.

Attesi che sistemasse la sua borsa prima di partire. Ordinato, preciso, professionale. Avere cura dei passeggeri era la priorità del suo vivere e del suo lavoro che, simbioticamente, albergavano in lui.

Era andato a letto presto quella sera. L’alba lo avrebbe visto al Deposito locomotive per iniziare il suo viaggio.

Guardinga e silenziosa come una ladra, mi alzai dal lettino, aprii delicatamente la sua borsa, e trafugai la ” lampada di Aladino”

Di corsa tornai a letto, la misi sotto il mio cuscino e, pregustando il gioco magico, mi riaddormentai.

Quando partiva all’alba o rientrava dalle sue notti trascorse sul treno, veniva nella cameretta mia e di mia sorella ” the hole” a sistemarci le coperte; le mie, sistematicamente erano disordinatamente sparse ai piedi del lettino.

Partí papà quel giorno ignaro del fatto che nella sua borsa non vi fosse la lampadina segnalatrice.

Attesi il rumore dello scatto del portone di casa e, infingarda, sedetti sul letto ad armeggiare col mio cimelio sottratto all’autorità paterna.

Chissà se ci fosse stato un fermo immagine di quell’istante che espressione avrebbe colto sul mio viso!

Luce verde. Luce rossa. Waoooo!!! Cominciai a fare i miei segnali, strofinai quel metallo augurandomi le cose più belle, ispirandomi ad Aladino per vedere il genio esaudire tutti i miei desideri.

Era il brivido della incosciente bravata ad elettrizzarmi e a farmi diventare una sorta di semaforo vivente con l’intermittenza di quelle luci.

Al piano per la restituzione non avevo pensato. Sette anni sono troppo pochi per la maliziositá dei pensieri. Ma lui aveva facilitato il mio compito.

Al rientro aveva collocato la sua borsa al solito posto, aveva tolto i residui della ” colazione” che portava con sé e, lasciandola inspiegabilmente aperta, era andato a rinfrescarsi.

Fulminea come un gatto in tangenziale non avevo posto tempo in mezzo e, rammentando la collocazione precisa, ( il vantaggio di avere a che fare con un’indole ordinata) ricollocai al suo posto la lampada magica, pregando il genio che mi salvasse almeno in quella occasione.

Tutto filó liscio. Fino ad un’alba di 17 anni dopo. I nostri incontri al sorgere del sole respiravano la magia della calma della vita. Tornasse o partisse mi preparava il caffè e infagottata nella mia vestaglia di pile, per studiare, caldo, lo bevevamo insieme.

Era l’alba che avrebbe sancito la mia laurea. Un 31 ottobre uggioso. Emozionato al pari di me, mi porse il caffè fumante, nero e amaro come piaceva ad entrambi. Teneva un oggetto fra le mani.

Senza cerimonie, come era nella sua indole semplice e severa, poggiò sul tavolo la ” lampada di Aladino”.
:- So che è magica per te- mi disse. E mi lasciò coi miei pensieri…

Già. La lampada del macchinista…
L’ho strofinata stamattina… Mio figlio, all’alba, mi ha portato un caffè amaro, nero, bollente. Insieme stiamo provando a riaccenderla.

Foto di Marina Neri

Pubblicato inAmore

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *