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La lupa

Sono passati tanti anni e questa storia l’ho tenuta nascosta, al sicuro nella memoria ma oggi ho deciso di scriverla per onorare il suo ricordo.
La vecchia casa di mia zia era disabitata da tanto tempo, saltuariamente, ci andavamo ad aprire le finestre e far circolare un po’ d’aria, giusto il tempo di togliere la polvere e bagnare le piante che resistevano, eroicamente all’incuria dopo la sua morte.
Nelle due stanze tutto era datato, dai mobili alle suppellettili che erano rimasti dove lei li aveva lasciati.
In mezzora, io e mia sorella sbrigavamo tutto e tornavamo a casa portandoci dietro una malinconia pacata, un certo rimpianto di quando, bambine, avevamo goduto il suo affetto e le sue coccole.
Mia madre non si decideva cosa farne di quella casa, spesso diceva che avrebbe potuto tornarci utile.
Così fu!
Le due donne arrivarono di prima mattina e bussarono, insistentemente, alla porta di casa. – Che fretta, disse mia madre, chi sarà così impaziente? –
Quando aprì la porta entrarono velocemente in casa, la più anziana ringraziò con un fervore che m’incuriosì molto. Anche mia madre le guardava incuriosita.
Non erano del quartiere, dissero che le aveva mandate un conoscente di mio padre e poi non potei più ascoltare nulla perché mia madre mi disse di lasciarla sola con loro.
Solo dopo venni a sapere la situazione in cui si erano trovate le due donne.
Provenivano da un paese vicino, erano madre e figlia e da poco tempo il padre era morto.
La cosa che colpiva era la bellezza della ragazza, a differenza della madre che parlava, quasi implorando, lei aveva uno sguardo fiero, quasi cattivo e girava gli occhi attorno come se avesse paura e non lo volesse far trasparire. Ero troppo giovane per capire il suo dramma e non erano tempi in cui certe cose si condividevano con i ragazzi. Mia madre mi chiamò, e senza spiegarmi niente, mi disse di prendere la chiave della piccola casa di mia zia e di accompagnare le due donne.
Non avevano bagaglio, solo una piccola borsa che la donna stringeva convulsamente. Seppi dopo che erano i documenti di entrambe.
Tornai a casa mia e chiesi spiegazioni ma non ottenni risposta. Solo la sera, quando tornò mio padre e tutti ci sedemmo a tavola per cenare, arrivarono le parole chiare e precise, il vero motivo di quella strana visita.
Erano fuggite di notte per evitare di essere viste, scappavano da un molestatore che, dopo la morte del capofamiglia si era proposto come protettore.
Adelina aveva sedici anni e sua madre non era forte abbastanza per proteggerla.
La sequestrarono per due settimane e quando riuscì a scappare aveva addosso i segni delle violenze subite.
Il tempo di nascondersi in un posto dove fu curata, poi la fuga di notte e l’arrivo a casa nostra.
L’espressione di mio padre era seria e determinata; si mise l’indice, verticalmente sul naso e disse,
– Silenzio!
Nessuno deve sapere che sono qui.
Cominciò così un breve periodo di tensione, le due donne si chiusero in quella piccola casa e andarono avanti alla meglio. La madre usciva per fare la spesa e subito si richiudeva in casa ma il giorno che si ammalò fu Adelina a uscire e non passò inosservata.
Era troppo bella e fu questo che la mise a rischio, che suscitò le solite voglie malsane.
La sua bellezza diventò una condanna. La seguirono, la lusingarono e poi la tradirono.
Ma lei non era nata per fare la vittima, capovolse la sorte che la voleva sedotta e abbandonata, si trasformò in Lupa e azzannò chi non ebbe rispetto della sua condizione. Diventò la donna del desiderio, chi la voleva doveva mettersi in fila e pagare bene, si concedeva il lusso di scegliere e, nella sua disperazione, si vendicò di tutte la offese che le erano state fatte. La sua bellezza cambiò, divenne curata, non più ragazza impaurita ma donna determinata a sopravvivere in un mondo che non sapeva proteggerla. Quando riportò le chiavi a mia madre le chiese il permesso per poterla abbracciare, ricordo ancora le braccia aperte di mia madre che la strinsero e entrambe avevano gli occhi lucidi.
Partirono in una giornata di sole, la millecento bianca col tetto nero l’avrebbe portata chissà dove.
Dopo un po’ di anni arrivò una lettera dal Venezuela, dentro c’era una foto bellissima; Adelina stringeva in braccio una bambina con i suoi stupendi occhi azzurri.
Si era rifatta una vita, era diventata Donna, Mamma.
La Lupa non esisteva più.

la foto di copertina è di Ferdinando Scianna

Pubblicato inDonne

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