Salta al contenuto

La Maga

Una storia pazzesca.

E’ successo alla fine degli anni ottanta ma ricordo tutto per filo e per segno.
Abitava in Via Cilea a Napoli.
Un palazzo di sette piani costruito negli anni sessanta, normale.
Al secondo piano, scala C con un ingresso ed una sala d’attesa con sedie imbottite, normale.
Poi c’era un salotto con divani a elle, normale.
Il suo studio, normale, con un tavolino stretto e due sedie una di fronte all’altra ed una lampada da tavolo con un paralume verde acqua.
Finestre coperte da tende pesanti di colore rosso bruno: l’unica concessione all’esoterico.
Lei: meno di sessant’anni vestita con un lungo cardigan sbottonato su una camicia a fiori dozzinale, capelli sale e pepe con la permanente e due orecchini a goccia, senza rossetto, bassa, con una gonna lunga di tweed e ciabatte chiare.
Avevo telefonato il giorno prima per avere un appuntamento, lasciando solo il nome di battesimo. Ero arrivato puntuale. Non c’era il portiere, mi aveva indicato il campanello da suonare: un numero senza cognome.
Una volta che avevo usato il campanello la porta si era aperta con uno scatto, comandata a distanza. Avevo esitato rimanendo nell’ingresso, in piedi, guardandomi intorno. Poi una voce: “accomodatevi” “Prego di qua” la voce mi aveva guidato; aspettava in piedi davanti alla porta dello studio. Non ci stringemmo la mano, non ci fu nessuna presentazione.
“Accomodatevi” mi indicò una sedia e lei si sedette di fronte; alla luce della lampada la guardai meglio; aveva una faccia molto segnata, senza trucco con un sorriso appena accennato, le mani non erano curate, non aveva anelli, le unghie coperte da un rosso accesso, volgare. Sembrava completamente a suo agio, mi scrutava con interesse.
Non perse tempo. “Vulite a’ palla o vulite e’carte?”
Avrebbe parlato per quasi tutto il tempo così, in dialetto, con una voce squillante e con un fare naturale. Se fossimo stati in una salumeria avrebbe usato esattamente lo stesso tono di voce: “Vulite o ‘prosciutt o vulite e ‘cigoli?”
Non esitai: “la palla”.
Un’occasione così non ti capita due volte nella vita: essere seduto di fronte ad una “palla di vetro” con una maga che la guarda! Manco Harry Potter!
“Amore, affari o salute?” Naturalmente: amore!
Divenne serissima, le mani aperte come ad abbracciare la palla, il viso a non più di trenta centimetri da una sfera trasparente (come i globi dei lampadari) appoggiata su una base di legno (che a me appariva assolutamente inerte).
“Vuie site spusate con una femmena che và a scola” (pausa) Mia moglie insegnava in un liceo.
“Avete ‘na figlia, bella guagliona, peccerella” La mia prima figlia aveva, a quel tempo, più o meno 10 anni.
Pausa, risatina:
“Aaaah m’avite anche nata femmena! Site nu’ malandrino!! E’ bell, è bionda tene gli occhi verdi”. (Vero)
Io non muovo un muscolo. Trattengo il fiato. La pausa questa volta è lunga.
“Vuie lavorate inta nu’ posto che tene nu’ cancello verde e poi ci sta nù giardino e ci sta nà palazzina e poi si arriva ad una grande porta a vetri con due scalini.” E’ la descrizione dell’ingresso della sede della Direzione Generale della BNA a Roma.
Pausa, risata. “Vui site comunista eh?! E i so’ fascista!” (Vero per quanto mi riguarda; per lei non mi è dato sapere)
Lungo silenzio. Trattengo ancora di più il fiato. La sua faccia si contrae, chiude gli occhi: da adesso in poi la sua voce diventa bassa poco più di un sussurro, comunque intelligibile e comincia a parlare più in italiano. Sento che siamo al dunque. Sta vedendo in qualche modo che non capisco e in quel momento non chiedo di capire il mio futuro.
“Lascerete vostra moglie. Partirete. Lascerete Napoli” (Tutto insieme senza pausa, come un sibilo)
Aspetto, l’ansia cresce, mi muovo sulla sedia; vorrei fumare ma preferisco stare zitto.
Passa un tempo che mi sembra infinito.
“Vi prendete una donna che fa un lavoro con un camice” (Usa proprio questo verbo: prendere)
“Non la vedo bene: ma ha un camice. Lavora con un camice, assettata. “Farete una figlia”. “Non vi girerete indietro” “Vedo lacrime, pianti”
“Starete con altre femmine. Non ve fermate là”
Una lunga pausa.
“State per andare all’estero. Tra poco. Mò mò”
“Poi incontrerete una donna che lavora con voi ma non fa il vostro lavoro, come se fosse l’apriporte dò dentista e voi site o’ dentista”
“E’ na’ bella guagliona. Molto bella. E’ alta.”
“Essa ve cagnerà la vita. La vostra vita cagnierà a causa sua” (Disse proprio così: la vostra vita cambierà a causa sua)
“Tutto cagnierà a causa sua”
“Si chiama si chiama… no, nun vegh buono”
“Ah ecco, mo’ o vedo si chiama… a emme vi”. A. M. V.
Riapre gli occhi.
Adesso è sudata; le gocce di sudore le scendono dalla fronte.
Si accascia sullo schienale della sedia. Per lunghi minuti sta così, siamo in silenzio.
Capisco che la seduta è finita. Non mi viene nemmeno di fare domande; ne avrei tantissime.
Riapre gli occhi, mi guarda: “Voi site n’omo fortunato. Avrete figli e sarete felice.”
E’ il congedo.
Pago.
Esco barcollando.
Il primo sentimento serve a rassicurarmi: tutte stupidaggini, per il presente mi ha letto nel pensiero… per il futuro… ma chi ci crede?!
Tornai a casa ancora un po’ frastornato; racconto tutto a “quella bionda con gli occhi verdi” perché era stata una sua amica che mi aveva parlato della maga, e per quello che mi aveva detto ero corso a telefonare e a prendere appuntamento.
Nemmeno ventiquattr’ore dopo ricevo una telefonata dal sindacato che mi annuncia che sarei partito dopo due settimane per un convegno internazionale a Barcellona (scoprii che un altro sindacalista aveva dato forfait all’ultimo momento e così io lo sostituivo).
Due anni dopo conobbi una donna romana che faceva l’incastonatrice di pietre. E lavorava con un camice bianco seduta china su un banchetto. La mia seconda figlia è nata da lei.

Io lasciai Napoli, mia moglie e mia figlia e mi trasferii a Roma.

Da allora cominciai a cercare (dirò la verità: ad aspettare in segreto) quella che mi avrebbe cambiato la vita – semmai ce ne fosse stato ancora bisogno – che stava nel mio luogo di lavoro ma non faceva il mio stesso lavoro, le cui iniziali erano AMV.

Passarono gli anni e smisi di aspettare e di cercare. Decisi che la maga si era sbagliata; almeno in parte si era sbagliata.

Ebbi altre storie sentimentali, senza che nessuno mi cambiasse veramente la vita, né tanto meno avesse quelle iniziali: A.M.V. Tutto mi passò di mente.

Lavoravo a Roma al Sindacato Nazionale di categoria e a Padova per il sindacato aziendale. Una vita stabile, che mi piaceva.

A Roma, all’inizio del 2000, a seguito delle baruffe del Congresso Nazionale CGIL, cambiò tutto anche nella mia categoria e nell’apparato. Venne a lavorare da noi, come amministrativa  addetta agli appuntamenti e al centralino, una donna alta mora bella e appariscente di cui si era invaghito un sindacalista molto potente.
A sua insaputa quella donna ed io avemmo una travolgente liason.
Lui ci scoprì e cominciò a farmi una guerra spietata per cui fui costretto ad andarmene dal sindacato nazionale di Roma. Una svolta imprevista, inattesa, che cambiava tutti i miei programmi per il futuro. A quel punto accettai di collaborare con una società privata che faceva formazione.

Ed è stato nella sede di quella società, a Roma, vicino Porta Portese, in un pomeriggio autunnale indimenticabile, quattro anni dopo, che incontrai il mio grande amore, la mia felicità. Il mio “per sempre” , la donna che ho sposato nel 2010 e con la quale vivo ancora ancora oggi”come nelle favole”.

La donna a causa della quale tutto cambiò e la mia vita ebbe quella svolta improvvisa ed imprevedibile (che la maga aveva visto nella palla ma che era apparsa nella mia vita dieci anni dopo),  la donna che aveva provocato tutto ciò che mi aveva portato in quella società e poi in quel pomeriggio del 2004, la donna alla quale devo, in fin dei conti, la mia vita attuale, aveva un nome ed un cognome le cui iniziali erano proprio quelle e lo scoprii in un modo sorprendente.

Andammo a passare un week end in un albergo in Umbria; il suo nome cominciava con la M. ed il suo cognome incominciava per la V., ma non ci avevo fatto nemmeno caso. Ritirando, il giorno dopo, i documenti dal portiere dell’albergo aprii la sua carta di identità e scoprii che il suo nome completo era Anna Maria (ma da quando era piccola la chiamavano tutti Marisella) ed il cognome iniziava per la V.

Lei era dunque la AMV che mancava all’appello da oltre dieci anni. La AMV a causa della quale la mia vita è completamente cambiata. La AMV che mi ha regalato la serenità, la pienezza e la felicità di oggi.

Rimane un’ultima cosa da raccontare.

Ero corso da quella maga spinto da un’incontenibile curiosità e dal brivido della magia nera. Casualmente, mi era stata raccontata, direttamente dall’interessata, un’esperienza sconvolgente che le era capitata qualche giorno e che l’aveva sconvolta tanto da non essersi ancora ripresa.

Lei, qualche mese prima, aveva perso il suo ragazzo in un incidente di moto e dopo un periodo di confusione e di ricerca di una situazione sentimentale serena,  aveva deciso di andare da una maga, da quella maga, della quale aveva sentito parlare con accenti mirabolanti.

Anche lei non disse niente di sé ed aspettava – come avrei fatto io – di verificare l’attendibilità della maga. La maga disse molte cose pertinenti e vere; poi ad un certo punto cadde quasi in trance e dopo un lungo silenzio con la voce alterata disse, quasi urlando: “ma è muort; è muort!! era nu’ bellu guaglione” (la ragazza non aveva fatto alcun cenno all’incidente ed alla morte del suo ragazzo) poi tacque, poi fu scossa da fremiti e poi lanciò un urlo strozzato: “ma io e’ beghe! e’ beghe! gli uocchi sui, io e’ beghe!!” (li vedo, li vedo, io vedo gli occhi suoi).

Ed era vero: il ragazzo era morto per un incidente stradale ed i genitori avevano donato le sue cornee.

Published inGenerale
  1. Armando Armando

    Fantastico questo racconto. Quasi surreale. Bello davvero

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *