Salta al contenuto

La masseria del tesoro nascosto

 

A metà degli anni ’50 i bambini giocavano liberi tra loro. Si potevano vedere a gruppi, fare giochi che adesso non si giocano più. Quasi sempre maschi e fammine giocavano divisi, alcune volte in competizione tra loro. La strada era il loro campo di gioco, bastava una palla e la partita cominciava. La tecnologia non disturbò quei bambini, loro usavano la fantasia e il corpo per diventare adulti e adesso che, alcuni se ne sono andati per sempre, ricordarli attraverso le loro avventure è come far rivivere un
tempo difficile ma, anche spensierato.

Entrambi portavano il nome del loro nonno; Giuseppe, ma erano diversi come il sole e la luna.
Uno era snello, solare, loquace e molto bello. aveva gli occhi scuri come la pece e un sorriso sempre pronto. L’altro era massiccio, taciturno, serio, biondo-rossiccio e parlava poco. La loro amicizia era e rimase solida per cinquant’anni e finì quando il primo Giuseppe morì.

I due “Giuseppe” avevano circa 7/8 anni quando si conobbero e si piacquero subito. Nella campagna che inglobava la casa di uno dei due, la grande masseria era gestita dal padre del Giuseppe biondo.
In una masseria gli spazi non mancano e i due bambini erano sempre a esplorare ogni angolo. Si divertivano a cercare ragni, catturavano topi e tutto diventava gioco condiviso. Spesso assistevano la mamma di G. biondo quando infornava il pane e poi mangiavano la loro pagnottina calda e fragante.

Una fanciullezza condivisa in spazi aperti, a contatto di una natura selvaggia e generosa. Fu in giorno d’inverno che i due avventurosi ragazzi trovarono il tesoro. Così lo chiamarono loro, un tesoro che avevano nascosto i tedeschi prima di fuggire, dopo l’arrivo degli alleati. In quella giornata freddissima non potevano che stare nel fienile a giocare, a rovistare tutto quello che si poteva e spostando un masso che puntellava una vecchia porta,videro tutte quelle monete e banconote. Si sentirono mancare il respiro per la sorpresa, poi corsero a chiamare il papà di G. Quando arrivò e vide quella buca piena di soldi, il signor Mario rimase ammutolito, erano ben compressi dentro un elmetto tedesco ma a guardarli bene erano tutte fuori corso. La delusione fu grande, per i due ragazzi ma la superarono in breve tempo. Si divisero quelle monete e quelle banconote per giocarci, alcune le conservarono per ricordo, solo l’elmetto fu usato dal padre di uno dei due, lo riempì d’acqua e lo usò perché i suoi animali ( polli, anatre e tacchini) ci potessero bere.

Quando mio fratello Giuseppe morì, me lo ritrovai accanto il suo amico, i suoi capelli biondo-rossicci erano diventati bianchi, conservava ancora quella sua figura massiccia ma mi abbracciò con la delicatezza di un bambino.

Era li a salutare il suo amico,

” La più bella parte di me ” – Così mi disse, poi sparì e non lo vidi più.

 

113
Published in50 anni