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La mia BNA

Quando, quella mattina del 16 agosto 1976, entrai dal palazzo di Via Roma 210 a Napoli, della BNA sapevo tutto quello che era dato sapere.

Che era una banca privata.
Che era la più grande delle banche private italiane.
Che apparteneva al Conte Auletta di Armenise di Roma.

Che assumeva giovani laureati con il massimo dei voti.
Che assumeva solo attraverso una raccomandazione.

E che era balzata agli onori delle cronaca per un attentato sanguinosissimo compiuto il 12 dicembre del 1969 nel salone della sua sede di Milano a Piazza Fontana. Attentato terroristico che aveva inaugurato in Italia la stagione più buia, passata alla storia come quella “della strategia della tensione”, orchestrata da settori dello Stato, non si è mai saputo quanto “deviati”.

Quella mattina avevo indossato il completo del matrimonio, cravatta compresa, ero emozionato ma di umore scuro.
Mio padre, disperato perchè ero laureato da più di tre anni, mi aveva raccomandato attraverso un contatto riconducibile alla famiglia di Giovanni Leone, l’allora Presidente della Repubblica.
Quando una sera me lo aveva comunicato: “ti ho trovato un posto di banca. Non fare il cretino come al solito tuo e presentati” avevamo litigato.

Per me andare in banca equivaleva ad una resa: mi ero da poco sposato e dovevo uscire, per senso di responsabilità, da un lungo periodo di precarietà lavorativa e di impegno politico a tempo pieno. Ma il ritornello che mi risuonava in testa quella mattina era quello di una canzone di Venditti del ’74 “Compagno di scuola, compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate? Compagno di scuola, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”
Ed io ero lì, stavo entrando in banca (pure io);  un luogo considerato, a quei tempi e per molto tempo ancora,  simbolo del capitale finanziario e dell’imborghesimento; un luogo di aggregazione impiegatizia lontana anni luce dal centro del conflitto capitale/lavoro e destinata ineluttabilmente a schierarsi contro i legittimi interessi della classe lavoratrice.

Ed io ero lì nel grande salone del primo piano  dove si aprivano le porte del Direttore della Filiale, del Capo del Personale e dell’Ufficio Personale, dove ero passato non appena arrivato alle 8,15 e la Capo Ufficio, Elena, mi aveva indicato dove attendere che il Capo del Personale, dottor Borrelli, mi avrebbe conosciuto e comunicato in quale ufficio avevano deciso di assegnarmi.

Mentre ero lì in attesa, il mio passato prossimo, ovvero un passato – quello politico – ancora molto attuale, mi venne incontro. Dalla porta del Direttore della Filiale, dottor Vismara, esce con la sua camminata un pò ciondolata, il barbone incolto ed una cravatta distrattamente lasciata larga su un collo di camicia sbottonata, il segretario della sezione del Partito Comunista Italiano di San Giuseppe Porto, Mario. Ovvero il capo del nostro maggiore competitor politico di quegli anni.
In una zona ristretta del Centro Storico di Napoli si fronteggiavano, infatti, due luoghi di aggregazione politica, la sezione del PCI ed il Comitato di Quartiere, che, fatalità, erano situati alle due estremità dello stesso strettissimo vicolo, Vico Banchi Nuovi, un vicolo che curvava a novanta gradi: sul braccio che dava su Via Santa Chiara c’era il comitato di quartiere, su quello che dava su Via Banchi Nuovi la sezione del PCI. Novanta metri di distanza fisica, una distanza enorme di distanza politica. Il “comitato di quartiere”, infatti,  si riconosceva nelle posizioni della così detta “sinistra extraparlamentare” e vi operava un gruppo di giovani della Napoli “bene” comprese, tra i quali mia moglie ed io che ne eravamo stati i fondatori e gli animatori, tutti spinti da un volontarismo di stampo cattolico che ci portò ad inaugurare un doposcuola per i bambini, a dispensare consulenze giuridiche, ad organizzare i disoccupati.
Di quella esaltante quanto infantile esperienza mi sono rimaste impresse le facce di quei ragazzi, più giovani di me, che allora frequentavano il Liceo Sannazzaro e dei quali ho perso completamente le tracce. So solo che uno di loro, Paolo, è diventato un esponente di primissimo piano del Credito Italiano collaboratore diretto di Alessandro Profumo, un altro, Stefano è diventato magistrato, un paio di ragazze architetto, alcuni medici ed altri non so.

Adesso eravamo, io e Mario, uno di fronte all’altro, entrambi sbalorditi. “E tu che ci fai qui?” “Io ci lavoro. E tu?” “Dovrei lavorarci. Da oggi”.

Non avevamo mai scambiato tante parole tra noi. Nessuno dei due poteva sapere che quella mattina avrebbe cambiato il corso delle nostre vite.
Nacque un sodalizio umano e anche sindacale, sebbene mai politico, fortissimo, alimentato dalla comune opposizione al “padrone” (e mai come nella BNA di quei tempi questo termine era più che appropriato) e da interessi culturali assolutamente simili nel campo del cinema del teatro della letteratura. Nacque un’amicizia profondissima, per lunghi tratti quasi simbiotica, le nostre vite si intrecciarono. Diventammo inseparabili, legati da riti inviolabili: tutte le mattine da quel giorno e per alcuni anni il caffè con la “vasca” (ovvero: la passeggiata) nella Galleria Umberto I, l’intervallo stesi sui giardini del Maschio Angioino a consumare il panino in estate, le riunioni nella stanza sindacale, gli scambi di opinioni dopo la lettura dei giornali. E poi pezzi di vacanza insieme: eravamo a Pescasseroli quando ci arrivò la notizia della strage dell’Italicus e piangemmo abbracciati. Mario, più grande di me di qualche anno e profondamente intriso di studi filosofici (si era diplomato al Liceo Classico Genovesi di Piazza del Gesù), mi ha insegnato ad affrontare la vita con uno sguardo diverso, disincantato e fatalista; mi ha portato a conoscere e amare Napoli, la sua storia, la sua cultura, la sua profonda umanità; mi ha insegnato tutte le nozioni fondamentali della cucina, dei vini, dei segreti culinari napoletani, degli indirizzi dove trovare “la vera pizza” ed “i veri scialatielli”.

Torniamo a quel 16 agosto. Dopo più di un’ora di attesa il Capo del Personale mi ricevette e dopo qualche frase di benvenuto, con al suo fianco Elena che gli aveva portato il mio fascicolo – che Borrelli finse di sfogliare con aria interessata – mi disse che la prima assegnazione era all’Ufficio Prima Nota dove mi fece accompagnare da un commesso in divisa e presentare al Preposto, tale dottor Stefano Pileri di Ficarazze, provincia di Palermo.

Scoprii presto che quell’assegnazione in un ufficio della sezione contabilità era un’eccezione, dovuta al “peso” della raccomandazione che mio padre aveva ricevuto per me. Infatti, dopo qualche mese, vista la mia iscrizione al sindacato e specificatamente alla CGIL, fui trasferito all’Ufficio Portafoglio; un ufficio caratterizzato da un lavoro ripetitivo e monotono, di bassa qualità e di scarso valore aggiunto, un ufficio di ingresso per i nuovi assunti da svezzare. La “mamma” addetta allo svezzamento era un omone grande, grosso e pacione, Giovanni. Fu per me, non interessato alla carriera, una buona occasione: il lavoro ripetitivo mi consentiva di pensare alle cose che mi interessavano e, d’altra parte, Giovanni non aveva l’indole del secondino, ragione per cui mi assentavo spesso e, con il tempo, sempre di più, determinato a raggiungere il mio obiettivo: allargare il consenso alla CGIL e determinare una svolta profonda ed irreversibile nei rapporti con la Direzione di Napoli ed in prospettiva con la Banca.

La situazione sindacale, al momento della mia assunzione, era questa. C’erano quattro sigle; quella di gran lunga maggioritaria era la sigla autonoma (che a quel tempo significava a-politica) diretta da un brav’uomo, già assunto come elettricista, Vittorio, componente della commissione interna, che, prima dello Statuto dei diritti dei Lavoratori del 1970, era l’organismo di rappresentanza dei lavoratori. C’erano la CISL e la UIL, assolutamente poco appariscenti ed infine c’era la CGIL, costituita solo grazie allo Statuto, che aveva cominciato a tutelare coloro che intendevano costituire una rappresentanza sindacale. Prima di quella data, in BNA esisteva la pratica dei trasferimenti punitivi delle “testa calde”, ovvero dei lavoratori che cercavano di porsi come interlocutori delle direzioni locali non sulla base della piaggeria ma su quella della forza. Mario aveva rischiato il trasferimento a Bari, dopo aver cercato di aggregare simpatizzanti della CGIL in una rappresentanza nella filiale; trasferimento scongiurato solo dall’entrata in vigore dello Statuto.

Ad agosto 1976 la CGIL contava 9 iscritti, esattamente uno in più del minimo previsto per costituire una rappresentanza sindacale sulla base delle norme della legge 300/1970.

La filiale di Napoli era composta di due piani. A sportelli chiusi si accedeva dal portone posto in Via Roma; gli sportelli aprivano all’interno della Galleria Umberto I; il salone era grande e diviso in due parti dalle scale e dall’ascensore. Al primo piano c’erano gli uffici della direzione, lo sviluppo ed i fidi. Al secondo piano il portafoglio, gli uffici della contabilità e l’ufficio estero merci. Ancora più sopra c’era l’ufficio spedizioni e la stanza sindacale (anche questa una conquista dovuta allo Statuto), poi un ampio salone con il soffitto un pò più basso, adibito allo spogliatoio di commessi, uomo di fatica e guardiania. A quei tempi, infatti, la piramide del lavoro prevedeva una miriade di gradini, in fondo alla quale c’erano gli uomini di fatica addetti alla guardiania notturna e sopra sopra i gradini dei funzionari anche loro in un numero infinito: il motto divide et impera trovava nelle banche di quel tempo un’esemplificazione da manuale.

C’erano poi i tecnici assunti a tempo indeterminato con contratto di lavoro bancario, ma con mansioni specialistiche, come l’elettricista, il geometra e più tardi gli addetti ai collegamenti informatici.

Nel sotterraneo, infine, c’era un altro pezzo di banca: gli addetti al caveau, alla contazione, alle cassette di sicurezza, persone che vedevano la luce solo durante l’intervallo e quando si trattava di rifornire la “cassa principale” . Questa era  posta nel salone alle spalle  degli sportelli e comandata, diretta ed organizzata da un mammasantissima, di cui tutti avevano rispetto e paura, che si chiamava Igino, che ogni mattina stabiliva le postazioni dei cassieri e le rotazioni. Inimicarsi il Cassiere Principale, per un cassiere poteva significare avere adibizioni scomode e rare rotazioni.

Non fu affatto facile per il sindacato scardinare gli assetti di potere che si erano andati sedimentando e cristallizzando nei vari settori, rompere le divisioni di status fra uffici specialistici ed uffici di massa e più ancora, naturalmente, tra impiegati e funzionari.

Ma questa è un’altra storia.

(continua)

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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