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La mia roggia

La “mia roggia” era sicuramente appartenenza di un antico fastoso maniero, ne davano evidenza i resti maltrattati dal tempo e dalle intemperie, disseminate qua e là. La “mia roggia stava, e sta tuttora, lì, in uno slargo di fosso, reso con artificio in pendenza, e comprendeva due piccole panche, parallelepipedi di granito, poste in posizione digradante.
Quel luogo, per niente frequentato, andava bene per me che abitavo lì vicino. La roggia era un’attrazione viva, pulsante, irresistibile. D’estate, mamma, che pure mi voleva molto bene, quando esageravo in bizze e capricci, metteva in azione le sue manone “morandiane”, ed erano dolori. Allora io andavo alla roggia, mi scalzavo appena e poi scendevo a sedermi sulla panchetta più in basso.
L’acqua pareva invadermi tutta e godevo immensamente di quel refrigerio che non beneficava soltanto le natiche. Che bello! Quanto poco mi bastava allora per rasserenarmi. E mi sentivo sicura, nella pace e nella conoscenza della natura che mi circondava, e pareva proteggermi. E parlavo, pregavo, cantavo, accompagnata dal chioccolio dell’acqua e dal mormorio delle foglie.
Sola e guardinga andavo spesso a quell’acqua, e non solo d’estate.
Avevo nove anni e c’era la guerra. Con l’ingenuità e l’incoscienza di quell’età avrei potuto prendere più alla leggera quel fatto. Ma mamma aveva tanta paura. La trovavo, certe volte, quando tornavo dalla roggia o dai giochi con i miei compagni di scuola, silenziosa e con gli occhi lucidi.
Povera mamma! Aveva perso in guerra suo papà e il fratello, unico maschio di sei figli, era tornato senza una gamba e moribondo. Io le andavo vicino, le accarezzavo il viso bello e mi strusciavo dietro come un gatto.
Quella mattina sentii da sotto il suo richiamo “… scendi piccola, c’è una sorpresa per te! Fa’ la brava, io vado a fare la spesa”. Scesi dal letto e corsi giù in fretta, ma la sorpresa non mi piacque: in un cartoccio c’era un povero paio di ciabatte.
Che delusione! I miei nove anni, con le prime occhiate languide di Nilo, meritavano di più. Presi le forbici e feci coriandoli, e poi non ebbi nemmeno la carità di nascondere il malfatto.
La reazione di mamma fu prevedibile e sacrosanta.
“Sei proprio cattiva e incorreggibile! Non ti voglio più bene!” e giù a sculacciate. Non l’avevo mai fatto, ma quella volta replicai con veemenza “… e io me ne vado via per sempre!”
Raggiunsi la roggia in piena confusione di sentimenti, scesi nella mia panchetta di sotto e mi abbandonai al profluvio d’acqua che a poco a poco mi calmò. Uno splendido sole di settembre inchiodava in uno strazio di luce i miei pensieri. Non sapevo che fare, e continuavo a piangere.
Intanto uscii dall’acqua e mi stesi al sole. Il calore di quei raggi, la dolcezza dello stormire dei vecchi salici mi addormentarono. Ad un tratto sentii un rumore strano, uno strisciare forte sulle foglie secche che mmi svegliò. Neppure il tempo di rendermi conto. Mia mamma mi raggiunse e mi abbracciò forte forte.
Insieme piangemmo, parlammo e ridemmo. Non sapevo che conoscesse la via della roggia, ma capii quella volta che, pur lesta di mano, conosceva molto anche tutte le strade del bene, soprattutto quelle dell’amore. Da quella volta sono passati tanti anni.
La mia mamma non c’è più, ma la tengo profondamente nel cuore, come pure “la mia roggia”.
Elementi inscindibili e tanto cari di un passato fortemente intessuto di bene, di tanto amore e di tenera semplicità.

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