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La neve a Napoli

Era il 1956. Questo è il ricordo, il primo, che ho di Napoli.

Ci eravamo trasferiti nel 1954. Mio padre, ferroviere, aveva avuto l’occasione imperdibile di fare un importante scatto di carriera accettando il trasferimento in una sede, a quei tempi ed ancora fino ai giorni nostri, considerata poco appetibile per il giudizio che la bollava come città pericolosa, chiassosa, caotica, attraversata da torme di lazzaroni di tutte le età, da piccoli delinquenti dediti al borseggio, al malaffare, al dileggio ed agli scherzi di pessimo gusto ai danni dei turisti e di tutti coloro che apparivano “forestieri”.

A causa di questo diffuso giudizio mia madre – alla notizia del prossimo trasferimento della famiglia a Napoli – fu presa da un pianto inconsolabile (degno di situazioni della vita ben peggiori). Piangeva in continuazione ed era percorsa da singhiozzi che, per quanto sommessi, scuotevano la sua figura mentre si aggirava per casa e, di tanto in tanto, guardando dalla finestra trovava nuove motivazioni per il suo stato. Sì! Adesso abitava a Napoli e con ogni probabilità il suo destino, dal punto di vista della residenza, era segnato: mio padre aveva ottenuto l’agognata promozione ed il benefit di una casa delle ferrovie (con affitto irrisorio) nel quartiere di nuova costruzione, il Vomero. Quartiere considerato “bene” perché era posto in collina, là dove in passato le famiglie aristocratiche, nobili o arricchite, che avevano la dimora abituale nel Centro Storico o a Chiaia, avevano costruito villini nel verde vicino alla Villa Floridiana o verso la parte che guardava il golfo.

Coerentemente con le sue angosce residenziali, mia madre si ingegnò in una strategia che prevedeva che io non frequentassi coetanei napoletani o – verificata l’impossibilità di raggiungere l’obiettivo al 100%- che almeno fossero “di buona famiglia”, che non parlassero in dialetto o, meglio ancora, che vivessero anche loro la stessa condizione (tragica, a suo avviso) di forestieri. L’incredibile è: che riuscì nel suo intento!! Rimorchiò – è il caso di usare questa espressione – la madre di un bambino di Bologna, il quale era iscritto alla stessa scuola ma in un’altra sezione, convincendola che per il bene dei figli avrebbero dovuto passare la maggior parte del tempo extra-scolastico insieme. Così a casa mia (per ragioni rimaste sconosciute io non andai mai a casa del mio “amico” forestiero) tutti i pomeriggi facevamo i compiti insieme – anche se erano diversi – e giocavamo, esprimendoci in italiano. Obiettivo di mia madre raggiunto! Onore alla sua perseveranza. Quel mio amico si chiamava Daniele Doglio, ne ho perso le tracce in adolescenza perchè lui era carino, sviluppato e frequentava le ragazze, io, viceversa, ero obeso, basso, pieno di complessi (direi: giustificati), con un’autostima profondamente bassa, edipizzato da una madre vorace e convinto da quest’ultima che il genere femminile era pericoloso: perchè inaffidabile mentitore insensibile; un solco fra me ed i miei coetanei (Daniele compreso) che in quegli anni diventò un baratro. Ma questa è un’altra storia.

Naturalmente in casa era assolutamente proibito per me esprimermi in un italiano men che perfetto, soprattutto senza inflessioni, almeno senza inflessioni napoletane. Per rinforzare l’obiettivo della purezza e della incontaminazione linguistica (e sociale), appena possibile io venivo spedito dai miei parenti ad Assisi, dove mia madre ed io eravamo nati. Tutte le Pasque, i Natali e le Epifanie, da giugno in poi, io non risiedevo a Napoli e il mio status di forestiero si perpetuò per tutti gli anni delle elementari e delle scuole medie. Peraltro non disponevamo dell’automobile (mio padre si patentò tardivamente) e perciò io frequentavo solo e soltanto il Vomero ed i vomeresi. Per chi ha letto l’Amica Geniale, o ne sta seguendo la storia attraverso la fiction, si è imbattuto nel termine gergale “chiattillo” che dipinge l’adolescente o il giovane (soprattutto di genere maschile) sussiegoso, che ostenta vestiti e scarpe alla moda, che rifugge dai coetanei diversi per classe, stile, tipologia umana. Insomma essere definito “chiattillo” è una vergogna, prossima all’infamia, ragione di numerosi litigi e di vere e proprie risse.

Posso affermare che solo con la maggior età – che corrispose ad un’accentuata possibilità di movimento – scoprii davvero Napoli. E me ne innamorai. Capitò una mattina di inverno. Stavo scendendo alla guida della macchina (una Anglia Ford: c’è qualcuno fra i lettori che ricorda quella orribile macchina?) dal Vomero per Via Aniello Falcone. Ad un certo punto la strada non è più circondata dai palazzi e sbocca in una rotonda completamente aperta che si affaccia su tutto il golfo. Quella mattina il cielo era terso; l’arco del golfo appariva disegnato da un pittore innamorato, il mare era immobile, tutto sembrava fermo, in posa, come può fare solo una meraviglia della natura – una donna stupenda, ad esempio, che è perfettamente consapevole della sua infinita bellezza e si fa ammirare. Con tutta calma, in tutti i suoi particolari.

Scesi dalla macchina. Mi fermai vicino al muretto. Immobile per un tempo infinito.

E fu un colpo di fulmine. Fu vero amore. Un amore che dura da una vita.

(la Foto è dell’Archivio Riccardo Carbone, che ringrazio per la disponibilità)

Pubblicato inLuoghi del Cuore

1 commento

  1. Pinto Francesca Pinto Francesca

    Delizioso racconto. Mi ha consentito di dare uno sguardo d’insieme alle tue “radici” completamente a me sconosciute ai tempi del liceo e di vederti sotto una luce diversa.
    Quanti complessi e quante inibizioni! Parte indotti dalla mentalità dei nostri genitori, parte dannosamente autoprodotti, ma sempre ben celati agli altri e comunque capaci di generare sofferenza.
    Continua nei tuoi racconti. È un’analisi interessante della “ nostra meglio gioventù “.
    Un caro saluto
    Francesca Pinto

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