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La neve

È caduta tanta neve.
Un omogeneo candore cancella per un po’ il grigiore di certe situazioni invernali e copre gli spuntoni secchi e neri della mia siepe.
I rami degli alberi nel parchetto si sono impreziositi di cristalli di gelo, e la fila di pioppi davanti a casa mia ha irresistibili pennacchi iridescenti.
Ogni tanto, dalla siepe, un ramo stracolmo si scrolla di dosso il suo carico e una pioggia candida si sparge attorno: è una semina di perle.
Viene lo spazzaneve.
Il rumore del motore è attutito dalla soffice copertura che ci immerge in una specie di bianco torpore.: questa gradevole sonnolenza richiama alla memoria altra neve.
Quando nevicava, al mio paese non c’era lo spazzaneve e si rimaneva isolati per giorni. L’incoscienza di noi bambini si appagava della chiusura delle scuole: era la vacanza della neve, ci prendeva una gioia prorompente per l’improvviso candore e l’inaspettata libertà.
Ricordo i pupazzi davanti alle case: il cappellaccio in testa, la pipa in bocca, i bottoni di pigne scure e la scopa piantata di sghimbescio a puntualizzare una immobile laboriosità.
Il ricordo della neve al mio paese mi richiama episodi di assoluta tenerezza, di fragrante povertà, di invenzioni quotidiane per sopravvivere sereni.
Ricordo le nostre calze di cotone lanato e gli zoccoli che si riempivano di neve e di acqua. In quei pupazzi, tirati su tra una continua battaglia di balocchi, lasciavamo qualche pezzettino di pelle: le nostre “buganze”.
Ai giorni nostri si sente poco parlare di geloni: erano un gonfiore violaceo e doloroso che d’inverno si impossessava delle mani, dei piedi e delle orecchie, talvolta con notevole ulcerazioni che lasciavano, attaccati alle calze, piccoli brandelli di pelle.
Ed era inutile andare in casa a lamentarci: “Te l’ho detto che fa troppo freddo, mal che si vuole non è mai troppo …!” sbraitava la mamma.
La gioia di giocare sulla neve era superiore al prezzo che ci costava: paonazzi, doloranti, ma felici. E quante grida, quanti balocchi presi in pieno viso, con i fiocchi che, al tepore del corpo, si trasformavano in goccioline, che scendevano giù, giù per il collo, a gelarci fino alle viscere.
Io avevo una predilezione per la neve intatta, immacolata, quando il suo strato bombava tutto quanto e, almeno per una volta, rendeva omogeneo e pulito il mio povero paese.
Ricordo quando i miei compagni si sdraiavano sulla neve per fare l’angelo: bastava stendere le braccia e muoverle su e giù perché sulla neve rimanesse l’impronta di un corpo con due grandi ali.
L’angelo io mi divertivo immaginarlo, ma la neve la preferivo intatta.
Eppure le orme di mio padre mi piacevano: segnava la neve con le falde troppo lunghe del suo pastrano e con le impronte di piccoli rapidi passi.
Mio padre era un uomo esiguo.
Quando nevicava non andava a lavorare perché faceva il venditore ambulante e, in quei giorni, le strade, allora sterrate, erano impraticabili.
Rimaneva a casa a guardarci e a inventare il modo per poterti cibare. La guerra aveva diminuito ogni possibilità, ma aumentato la fantasia, e quella non mancava proprio a mio padre.
Quando nevicava, poneva capovolto al centro del piccolissimo cortile di casa nostra uno di quei grossi cesti di vimini, dalla trama larga, che si usavano per mettere a covare le uova. Sotto il cesto spargeva le briciole e lo teneva alzato da un lato con una pietra cui legava uno spago che arrivava fino alla porta di casa.
Quando i passeri, gli scriccioli e i pettirossi, attirati dalla fame, andavano a becchettare, lui, svelto, tirava lo spago e li faceva prigionieri.
Una volta, in un colpo solo, riuscì a prendere 5 uccelli.
Aspettava che si stancassero un po’, poi usciva silenzioso, spostava la paglia che copriva il buco sopra il cesto, infilava il braccio e prendeva le prede. Noi assistevamo da dietro i vetri alle varie fasi dell’operazione: c’era il tepore della vicinanza e ci esaltavano l’attesa di vedere, toccare e il desiderio di un pasto sostanzioso.
Quando poi rientrava, mio padre metteva le sue prede tutte in fila sul tavolo, con la testa a penzoloni dal bordo, “… Devo far scendere il sangue …” diceva “… così la carne rimane bella bianca”.
Poveri uccellini! Di carne ne avevano poca, anche loro erano un po’ vittime della guerra: la fame raschiava anche l’ultimo chicco di grano o di mais rimasto tra le stoppie.
La pulitura e la cottura erano operazioni sacre e spettavano esclusivamente a mio padre; mamma, seduta accanto alla finestra, rammendava.
Erano giorni intensi di intimità familiare.
Mio padre toglieva becco e interiora, fiammeggiava e lavava gli uccellini, poi scortecciava dei rametti di alloro e li infilava distanziandoli tra loro con un cubetto di lardo e una foglia di salvia. Da ultimo spargeva sugli spiedini, bene sistemati nella padella, una lieve pioggia di sale.
Erano gesti larghi, lenti e sapienti, come se, invece che uccellini, avesse dovuto cuocere un vitello allo spiedo.
La cucina si animava quando cominciava a spandersi attorno l’aroma del lardo e della salvia in cottura, lo sfrigolio di quella padella sembrava rendere più caldo l’ambiente.
Quando il cibo era cotto, mio padre metteva gli spiedini tutti in un piatto e poneva a scaldare, nel sughetto che avevano lasciato, tante fettine di polenta; dico fettine, perché anche la farina era razionata. Fettine piccole, tutte uguali, ma squisite.
Ricordo di un anno in cui, sopra il tavolo c’era un vaso di calicantus: la fragranza delicata ma penetrante di quei fiori mitigava la frugalità della nostra cucina.
Appena la pentola cominciò a sfrigolare mamma si alzò, prese il vaso e lo chiuse nel sottoscala: “Non voglio che alteri l’aroma dell’arrosto …” disse, e sorrideva.
La neve mi ricorda altre orme, ma quelle erano profonde e contaminate, orme di pneumatici e portavano di diritte alla casa del partigiano B., chiamato primula rossa perché era imprendibile.
Ci svegliammo in una livida mattina di gennaio, con tanta neve e tanti tedeschi e repubblichini che avanzavano a ventaglio, rastrellando casa per casa.
Mio padre si nascose nel cesso e non lo trovarono perché la porta era celata da una finta catasta di legna.
Non trovarono nemmeno il Partigiano. Si seppe che durante la notte erano spariti, dal comando militare tedesco che si era stabilito in una fattoria del paese, due grossi camion, carichi di sacchi di zucchero.
Le tracce portarono inequivocabilmente alla casa di B., ma qui dei due camion nemmeno l’ombra.
I tedeschi minacciarono che, per ogni sacco di zucchero, sarebbe stata presa e deportata una persona di sesso maschile e mantennero la “promessa”.
In attesa di trasferirli, trascinarono nelle scuole un gran numero di ragazzetti, di giovani, di uomini e di vecchi.
Non ci furono balocchi e pupazzi di neve per le strade in quei giorni, non si sentirono più grida o richiami di bambini.
Dentro le case si piangeva, si pregava e si aspettava.
La snervante attesa durò parecchio. All’alba del terzo giorno vedemmo ritornare, stremati dalla fame e dalla paura, i rastrellati.
Si seppe che B., per interposta persona, aveva patteggiato, minacciando non so quale rappresaglia.
Fu un grande sollievo per tutti. Ma la guerra è una macchina inarrestabile di distruzione, di malvagità e di morte, non concede alcuna tregua e spesso nemmeno il sollievo di una benché minima speranza.
La sera stessa della Liberazione sentimmo in strada un forte vociare, e quando uscimmo scorgemmo, oltre i campi, dalla parte degli argini, dove abitava il Partigiano B., delle alte lingue di fuoco e giungeva fino a noi l’urlo straziante di chi era stato sorpreso dalle fiamme.
Era stridente e doloroso il contrasto tra il candore della neve attorno e quel rosseggiare di fiamme, alte e potenti, oltre i campi.
Giungeva fino a noi il crepitare delle travi che bruciavano. Il fuoco durò tutta la notte e parte del giorno dopo. Andarono in cenere parecchie case e ci furono anche dei morti.
I tedeschi avevano applicato la legge del taglione, e si continuò a sopravvivere.
Cautamente noi bambini tornammo in strada a giocare con la neve e coi balocchi.
Qualcuno accarezzò anche la speranza che almeno un pezzetto di quello zucchero arrivasse fino alle nostre case: speranza inutile!
Per molto per molto tempo ancora, a merenda e a cena, continuammo a mangiare la polenta abbrustolita, con il latte annacquato, condito col sale.

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